5 OPERE al MUSEO di CAPODIMONTE di NAPOLI Tra i capolavori della Collezione dei Borbone

“Non mi trattenne la voce del sangue, non mi spaventò la colpa, non sentii sgomento dall’enormezza del caso e dalla tristizia della fama: donna regale ed offesa, non udii che i consigli della vendetta, né cedei che agli stimoli dell’ambizione; la passione di comandare vinceva in me i dolci affetti della natura…”

Le Confessioni di Maria Carolina Tweet

A parlare con tale glaciale distacco è Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, regina di Napoli e consorte di Ferdinando IV di Borbone.

In realtà le sue Confessioni – dettate in procinto di morte – sembrano essere un falso storico ormai conclamato. Ma le tinte fosche, gli intrighi di corte, le passioni carnali contenute nel testo calzano a pennello col personaggio di Maria Carolina: la regina austriaca all’ombra del Vesuvio.

Tra qualche riga scopriremo qualcosa in più sulla nobildonna che da Vienna venne a Napoli.

E sarà proprio lei, infatti, ad accompagnarci nel percorso di questo articolo, che si snoda tra le sale del:

  • Museo di Capodimonte

uno dei gioielli del sistema museale italiano.

Parleremo di cinque opere. Forse le più note del Museo, ma se tralascerò qualche capolavoro, avremo modo di recuperare più avanti.

Iniziamo, dunque, presentando la nostra ospite d’eccezione: Maria Carolina.

Maria Carolina a Capodimonte… ieri ed oggi

La fervida immaginazione dei napoletani è cosa nota.

La mente corre immediatamente alle “magie” del Principe di Sangro e alle meraviglie della Cappella Sansevero.

Leggenda vuole che ancora oggi i regali saloni della Reggia di Capodimonte ogni notte vengano animati con feste sfarzose e gran balli di corte… e il centro propulsore di questi magnifici ricevimenti sarebbe proprio lei: l’algida e scaltra regina Maria Carolina.

La vita della nobildonna austriaca è legata indissolubilmente alla città Napoli. Maria Carolina non si limita al ruolo di regina consorte, ma governa in prima persona il regno per lunghi periodi, approfittando delle scelleratezze del marito il re Ferdinando IV di Borbone, poi Ferdinando I come re delle Due Sicilie, passato alla storia come il re lazzarone perché alle mansioni regali preferiva le battute di caccia e le sottane delle popolane.

Le feste di Capodimonte risalgono ai primi decenni di regno di Maria Carolina, quando la sovrana conduceva una vita serena e si circondava di raffinati intellettuali, favorendo le istanze liberali che provenivano dall’intellighenzia del regno.

Le cose cambiarono radicalmente nel 1793. Proprio in questo anno terribile, a Parigi venne decapitata l’amata sorella Maria Antonietta – sull’onda lunga della rivoluzione francese.

Maria Carolina abbandonò immediatamente la politica liberale, divenendo a questo punto una delle più accanite persecutrici dei “giacobini”. Il massacro del 1799, anno in cui venne repressa nel sangue la mitica esperienza della Repubblica Napoletana, è tristemente passato alla storia.

Da quel momento in poi inizia una lunga ma inarrestabile caduta che, tra veri e propri intrighi internazionali, porterà Maria Carolina prima lontano da Napoli e poi a morire, nel 1813, a Vienna, la sua città natale.

Ma la nostra regina, allo stesso tempo fredda calcolatrice e amante focosa, era grande appassionata di arte e cultura. Leggendarie rimangono l’esperienza della colonia borbonica di S. Leucio (patrimonio UNESCO con la celeberrima Reggia di Caserta) e la sua immensa biblioteca.

Questa donna così contraddittoria mi è sembrata la migliore compagna possibile per ammirare insieme le cinque bellissime opere, nel nostro percorso di visita a Capodimonte.

Immaginiamola al nostro fianco, mentre discettiamo di politica liberale e massoneria, e partiamo alla scoperta dei cinque dipinti!

1 di 5: San Ludovico di Tolosa di Simone Martini

Simone Martini è uno dei più illustri protagonisti della grande stagione di rinascita delle arti figurative, che si sviluppa in Italia a cavallo tra il 1200 e il 1300.

La sinuosa linea floreale, l’estrema raffinatezza, la grazia quasi ultraterrena dei suoi dipinti toccano l’apice quando il maestro si trasferisce a Napoli alla corte degli Angioini, dove entra in contatto con le eleganti ricerche del gotico francese.

La pala che hai di fronte è al tempo stesso un atto di profonda devozione e un vero e proprio manifesto politico degli Angioini.

Scopriamo insieme i due volti del dipinto, quello celeste e quello terreno.

Al centro della pala si staglia assisa in trono la maestosa figura di Ludovico di Tolosa, figlio di Carlo II d’Angiò. L’opera fu dipinta dal maestro senese intorno all’anno 1317, per la chiesa napoletana di S. Lorenzo Maggiore: proprio in quell’anno anno Ludovico fu canonizzato.

Sono presenti tutti gli elementi tipici della scuola senese e della pittura di Simone Martini:

  • il fondo color dell’oro,
  • la linea sinuosa dettata dalle pieghe del suntuoso mantello, indossato da Ludovico sopra il saio francescano,
  • il volto ieratico del Santo che sembra avere tratti quasi divini.

Ma mentre il Santo viene incoronato da due angeli, a sua volta Ludovico compie un gesto “politico”: incorona il fratello minore Roberto d’Angiò come Re di Napoli.

Roberto – il cui volto è un volto umano, con tratti fortemente realistici a differenza di quello divino del fratello – viene raffigurato inginocchiato sulla parte destra della pala, con le mani giunte e pronto a ricevere la corona del potere temporale del Regno.

Perché questa pala può essere considerata un manifesto politico?

Correvano voci insistenti sul fatto che Roberto avesse usurpato il trono e il titolo di Re, che sarebbe spettato di diritto al fratello maggiore.

Ludovico, spogliandosi invece dei beni terreni – fedele al voto di povertà dell’ordine francescano – allo stesso tempo investe il fratello minore del titolo reale e impartisce la benedizione celeste alla continuità dinastica del casato degli Angiò.

2 di 5: la crocifissione di masaccio

Facciamo un passo in avanti di circa un secolo.

A Firenze nei primi decenni del ‘400 si impongono sulla scena artistica tre autori destinati a cambiare il corso della storia dell’arte.

Filippo Brunelleschi in architettura, Donatello in scultura e Masaccio in pittura sono gli alfieri della nuova stagione del Rinascimento.  

A differenza dei suoi colleghi che avranno una vita artistica molto lunga, Masaccio muore improvvisamente a Roma nel 1428: ha solo 27 anni!

Malgrado la produzione artistica nota del pittore sia concentrata negli ultimi cinque anni di vita, le sue opere hanno avuto una portata rivoluzionaria enorme influenzando in maniera determinante lo sviluppo storico-artistico a lui successivo.

Ed è proprio opera somma del Masaccio, la drammatica Crocifissione conservata qui a Capodimonte.

Si tratta di una porzione di un’opera ben più ampia nota come Polittico di Pisa: una pala d’altare a più scomparti, oggi divisa tra diversi musei e di cui sono andate perse molte parti.

Nel museo napoletano si conserva la cimasa del polittico, cioè la parte sommitale. Per tale motivo, la testa del Cristo è incassata in maniera quasi innaturale nelle spalle: la visione privilegiata dal basso avrebbe esaltato lo scorcio prospettico ideato dal pittore toscano.

Ai lati della croce si stagliano le figure imponenti della Madonna e di San Giovanni, con i mantelli scultorei e l’espressione dolorosa e composta al tempo stesso.

Ma la vera protagonista del quadro è la Maddalena: quasi a mimare un ultimo abbraccio, la donna alza le mani al cielo con il mantello rosso fuoco e i biondi capelli che cadono sulle sue spalle.

La Maddalena è in ginocchio in primo piano ai piedi di Gesù e soprattutto viene ritratta di spalle: non è necessario vedere il suo viso perché il suo corpo e le sue mani comunicano da soli il dolore immenso che sta provando.

3 di 5: San Girolamo nello studio di Colantonio

Sono passati 20 anni dal capolavoro di Masaccio e il clima rinascimentale inizia ad irradiarsi da Firenze verso tutta la penisola.

In questo quadro magistrale, il pittore Colantonio ha raffigurato San Girolamo nello studio.

San Girolamo senza dubbio è nel suo studiolo, e senza dubbio è ritratto come insigne studioso e dottore della Chiesa.

Ma è impegnato in un’azione un po’ particolare: sta cavando una spina dalla zampa di un feroce leone. Più tardi il pericoloso felino, per sdebitarsi verso il Santo, diventerà suo compagno inseparabile.

Questo dipinto – forse non così famoso – ha una importanza decisiva per la storia dell’arte italiana per alcuni buoni motivi.

Posando lo sguardo sul fondo della scena, cogliamo la minuzia dei particolari con cui Colantonio ha rappresentato lo studiolo da umanista di San Gerolamo: libri aperti, libri messi uno sopra l’altro, lettere vergate fittamente, utensili per la scrittura. Si nota una cura dei dettagli tipica della pittura fiamminga, penetrata a Napoli tramite gli Angiò e che Colantonio aveva assorbito diligentemente e a sua volta trasmesso al suo allievo più eccelso.

L’allievo più eccelso di Colantonio, che riprende la sua cura stilistica, è Antonello da Messina – pittore fondamentale nello sviluppo dell’arte rinascimentale nei vari centri propulsori della penisola – che non tardò a rendere omaggio al suo maestro con la propria versione del San Girolamo nello studio.

4 di 5: il Ritratto di Luca Pacioli

Siamo di fronte a uno dei capolavori della pittura rinascimentale: il Ritratto di fra Luca Pacioli.

L’aspetto leggendario di questa composizione è acuito dai tratti misteriosi ed enigmatici che permeano la tavola e la sua composizione.

È cosa certa che il frate francescano al centro del dipinto è Luca Pacioli, insigne matematico e studioso di geometria, proporzioni e prospettiva.

È singolare come la sua storia umana e accademica incroci più volte i grandi artisti della stagione rinascimentale che continuavano a sperimentare e a ricalibrare le “scoperte prospettiche” del Brunelleschi.

Luca Pacioli nasce nel 1445 a Borgo Sansepolcro (oggi Sansepolcro), piccolo centro tra Arezzo e Urbino, che qualche decennio prima aveva dato i natali a Piero della Francesca, tra i maggiori cultori della prospettiva in pittura, come dimostra anche il suo trattato De prospectiva pingendi.

Più tardi troviamo Pacioli proprio ad Urbino, uno dei centri propulsori del Rinascimento grazie alla forza visionaria del suo Duca, Federico da Montefeltro. E il dipinto che stai osservando contiene più di un riferimento alla mitica cittadina marchigiana, come vedremo tra poco (di Urbino ti parlo più approfonditamente nella Guida completa ai siti Unesco d’Italia).

Qualche anno dopo – siamo alla fine del ‘400 – Ludovico il Moro chiama il frate a Milano. Qui Luca Pacioli collabora addirittura con Leonardo da Vinci mentre il genio toscano è impegnato nella delicata realizzazione del Cenacolo. Infatti, è proprio Leonardo che contribuisce ad illustrare splendidamente – con i disegni di complessi solidi geometrici – il libro De divina proportione, opera massima del matematico francescano dedicata alla sezione aurea e a tutte le sue possibili applicazioni, specie nelle arti.

Ma torniamo al ritratto del frate e vediamo i dettagli di questa tavola così ambigua.

Prima di tutto, una nota sull’autore o presunto tale: la critica attribuisce il quadro a Jacopo de’ Barbari, artista non certo conosciutissimo. Prima di lui sono stati scomodati pittori del calibro del Ghirlandaio, o di Luca Signorelli, e lo stesso Piero della Francesca… ma alla fine si è deciso di convergere sul nome di questo incisore e pittore veneziano.

Come si è detto, però, si tratta di una attribuzione. E tale attribuzione è basata sulla scritta che compare nel piccolo cartiglio posto al di sopra del libro aperto tenuto dal frate francescano: IACO.BAR.VIGEN/NIS P. 1495.

Nel cartiglio compare anche la data di esecuzione della tavola: anno 1495.

L’altra figura ancora avvolta da un alone di mistero è il coprotagonista della tavola: il giovane, posto alla sinistra del frate e alla destra del quadro per chi osserva, è stato identificato con Guidobaldo da Montefeltro – duca di Urbino e figlio di Federico. Il frate e il duca avevano un legame “letterario”: al duca della cittadina marchigiana era dedicata la prima edizione di un altro trattato del frate, la Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalità.

Ma la tavola contiene almeno un altro riferimento alla città di Urbino. È un po’ nascosto, e per arrivarci dobbiamo muovere da una minuziosa osservazione dei gesti del frate, fissati dal pittore sulla tavola.

Costa sta facendo il nostro Luca Pacioli?

Come accademico e cultore della materia, il frate è impegnato in una lezione. Con il segno su un libro aperto, è colto mentre dimostra uno dei teoremi di Euclide: il nome dell’illustre matematico greco si può leggere sul bordo della piccola lavagna. Con buona approssimazione, il libro aperto coincide con l’opera nota come gli Elementi di Euclide.

Sul tavolo verde sono appoggiati molti strumenti del mestiere, come un compasso, un goniometro e un calamaio, mentre al di sopra del libro rosso è posto un primo solido a più facce.

Sull’inquietante e suggestivo sfondo nero, la figura di Guidobaldo è bilanciata dalla magica apparizione del grande solido trasparente, riempito per metà d’acqua, e che sembra essere sospeso nel vuoto (in realtà alla sommità si scorge un sottilissimo filo che lo ancora al soffitto).

Il solido è un rombicubottaedro a 26 facce, di cui 18 a forma quadrata e 8 a forma di triangolo equilatero. Su questo solido trasparente si riflette per ben tre volte un edificio: si tratta proprio del Palazzo Ducale di Urbino!

5 di 5: Paolo III ed i nipoti Alessandro ed Ottavio Farnese di Tiziano

I dipinti presenti a Capodimonte derivano per buona parte dalla collezione Farnese, che Carlo di Borbone aveva ereditato dalla madre, Elisabetta Farnese.

Il più illustre esponente della famiglia Farnese risale a qualche secolo prima, e risponde al nome di Alessandro Farnese, che fu Papa della chiesa romana tra il 1534 ed il 1549 col nome di Paolo III.

Prima di osservare insieme la tela di Tiziano, allora, vediamo brevemente la scalata al potere di Alessandro Farnese.

Siamo alla fine del ‘400. Sul trono di Pietro siede quello che, per l’infima condotta morale da lui tenuta, è considerato uno dei peggiori papi della storia: Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia – padre di Lucrezia e del sanguinario condottiero Cesare, noto come il Valentino.

Tra le decine di amanti e concubine che si annoverano nell’harem di Rodrigo Borgia, ad un certo punto compare sulla scena una ragazza giovanissima ma di una bellezza inaudita. Questa fanciulla ha appena 15 anni, qualcuno in più di Lucrezia per intenderci. Il famigerato Cardinale Borgia – all’epoca non ancora papa – ne ha invece 58. Ma il Borgia, che vuole e può tutto, si invaghisce della giovane che non può nulla a cospetto del potere del cardinale di origini spagnole.

Quando il Borgia salirà al soglio pontificio, Giulia Farnese – questo il nome della sua giovane amante – andrà a vivere in un appartamento in prossimità del Vaticano, in modo che il papa non avesse problemi logistici quando aveva il desiderio di giacere con la sua preferita.

Come ha scritto Corrado Augias: “Fu Giulia a cambiare le sorti della famiglia facendola entrare nella storia. Il papa seppe infatti compensare i favori della giovanissima amante nominando cardinale (a venticinque anni) suo fratello Alessandro Farnese che sarà poi papa a sua volta con il nome di Paolo III”.

Ma lasciamo i torbidi intrecci della corte papale del tempo e vediamo come Tiziano ha ritratto il capostipite Farnese.

Al centro della tela, seduto su uno scranno, c’è il papa ingobbito dall’età avanzata, ma con uno sguardo totalmente vivace e a tratti malandrino. Si rivolge al nipote Ottavio, che sembra inginocchiarsi in un gesto di riverenza posticcia. La figura di Ottavio è poi bilanciata dall’altro nipote, il Cardinale Alessandro (omonimo del papa), che guarda verso chi osserva, ma sembra quasi tagliato fuori dal fulcro della composizione.

Tiziano – nella sua immensa capacità di ritrattare la psicologia dei personaggi – fissa sulla tela un “quadretto familiare” distante anni luce da qualsiasi ritratto ufficiale. Il pittore veneto coglie con grande realismo la psiche degli uomini, e comunica in maniera brillante quell’aria torbida e falsa che aleggiava nei rapporti tra consanguinei nelle corti principesche del tempo.

Una capacità che Tiziano esprime anche tramite la tecnica pittorica: la pennellata densa e pastosa trasmette – nel predominio del colore rosso – un senso di nervosismo e preoccupazione che aleggia su tutta la tela.

6… di 5: un quadro di troppo

Tra le mille opere presenti nel museo, ce n’è una a Capodimonte bellissima e di fondamentale importanza per la storia dell’arte. Non ne ho voluto parlare proprio perché arcinota.

Ma scrivendo di questa superba collezione sarebbe un peccato mortale non citarla nemmeno: sto parlando della Flagellazione di Caravaggio.

Per ora, ti invito a contemplarla nella sua nuda bellezza… ma chissà, forse presto avremo modo di parlarne insieme in uno dei prossimi articoli di The Arteller.

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“L’arte spazza la nostra anima dalla polvere della quotidianità.”
Pablo Picasso

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