ALTOMONTE Storia del prigioniero-filosofo e del borgo calabrese con una chiesa dal gusto francese

Uno scorcio di Altomonte#googleimages

Roma, anno 1629.

Mancano pochi giorni alla sospirata libertà.

Sono passati 27 anni da quel lontano 1602, quando il nostro uomo fu condotto per la prima volta in carcere nella città di Napoli. Ventisette lunghissimi anni, di cui gli ultimi tre trascorsi nel carcere del Sant’Uffizio di Roma.

Tommaso Campanella, stremato nel fisico ma mai domo nello spirito e nella mente, ripercorre nella sua testa ad uno ad uno tutti quegli anni. Un periodo di tempo lunghissimo che avrebbe fiaccato qualsiasi persona ma non lui sorretto continuamente dall’amore per lo studio e la filosofia.

Come per la legge del contrappasso, i suoi testi che pulsano di concetti come pace e comunità universale vennero scritti proprio in questi anni terribili di stenti e sofferenze.

E sempre durante la prigionia Campanella scrisse e pubblicò il suo testo più famoso: “La Città del Sole”. Un’opera che descrive una comunità utopica che vive all’interno di una struttura urbanistica rigorosa e pianificata alla perfezione.

Probabilmente, prima di lasciare il carcere i pensieri del filosofo volarono ai suoi anni giovanili. Nel 1589, per punizione, fu spedito nel convento domenicano di Altomonte.

Qui il ventunenne Tommaso passò nove mesi divorando letteralmente pile di libri, e ricordandone la stragrande maggioranza grazie alla sua memoria prodigiosa. Un periodo di studio e formazione, in un borgo ameno e tranquillo, così intenso e fruttuoso che gli permise di gettare le basi per la preparazione del suo primo libro: il “Philosophia sensibus demonstrata”, pubblicato poi a Napoli l’anno successivo.

Altomonte, oggi in provincia di Cosenza, si adagia su un promontorio a circa 450 metri sul livello del mare nella valle dell’Esaro. Un’atmosfera intatta dal sapore medievale si respira ancora nei vicoli e nelle contorte viuzze che ne definiscono il tracciato urbano e nei portali di pietra che impreziosiscono le facciate delle case.

Senza ombra di dubbio, il monumento più importante ed apprezzato del borgo è la chiesa di Santa Maria della Consolazione. Intorno agli anni ’40 del 1300 il conte Filippo Sangineto, fedelissimo del re Roberto d’Angiò di Napoli, ingrandisce e impreziosisce secondo il gusto angioino la preesistete chiesetta normanna.

L’esterno della chiesa risale, in massima parte, proprio a questo periodo. La facciata, tramite una fascia marcapiano, è divisa in due parti. La parte inferiore è caratterizzata dal portale a sesto acuto mentre quella superiore è ingentilita dal grande rosone nella cui raggiera si contano 16 colonnine.

Accanto alla facciata, si erge severo e massiccio il campanile della chiesa – riportante in alto una sola apertura costituita da una finestra bifora con archetti trilobati.

L’interno a navata unica fu alterato successivamente con aggiunte barocche e si distingue per la presenza all’interno dell’abside del sepolcro di Filippo Sangineto – realizzato probabilmente da un seguace del celebre scultore Tino da Camaino, artista senese attivissimo a Napoli alla corte del re Roberto d’Angiò.

L’attiguo convento venne edificato all’inizio del ‘400 e nel 1443 passò, insieme alla chiesa, nella disponibilità dei Domenicani. Nell’edificio, che oggi è sede del Museo e della Biblioteca Civica, nel 1588 soggiornò per alcuni mesi il celebre filosofo Tommaso Campanella.

“L’arte spazza la nostra anima dalla polvere della quotidianità.”
Pablo Picasso

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