PALAZZO TE a MANTOVA: oltre il Rinascimento Breve guida al capolavoro di Giulio Romano

Il che fu cagione che, da un basso principio, si risolvesse il marchese di far poi tutto quello edificio a guisa d’un gran palazzo, perché Giulio fatto un bellissimo modello, tutto fuori e dentro nel cortile d’opera rustica, piacque tanto a quel signore, che ordinata buona provisione di danari e da Giulio condotti molti maestri, fu condotta l’opera con brevità al fine

Oggi siamo a Mantova, uno dei centri propulsori della grande stagione del Rinascimento nella penisola italiana.

E proprio in quei secoli, in città vennero eseguiti dei capolavori assoluti dell’arte italiana come la Camera degli Sposi di Andrea Mantegna o le celebri chiese di Leon Battista Alberti.

Episodi artistici che permettono di annoverare la città lombarda tra le meraviglie del mondo: con la vicina Sabbioneta, Mantova è tutelata come patrimonio UNESCO dal 2008.

E sarebbe impossibile parlare di questo scrigno di opere d’arte sulle rive del fiume Mincio senza parlare del celeberrimo:

  • Palazzo Te a Mantova

capolavoro assoluto dell’architettura del ‘500.

Andiamo a scoprire insieme il committente, l’architetto e… uno “sfortunato” episodio sportivo che si svolse tra le mura dell’edificio, prima di immergerci nel fantastico ambiente dipinto che scopriremo alla fine dell’articolo.

Palazzo Te a Mantova: una partita per la storia

Mantova, 2 aprile 1530.

Si respira l’atmosfera delle grandi occasioni tra le mura del Palazzo Te a Mantova.

Sentiamo voci che si levano forti nell’aria, grida di giubilo ad ogni scambio quasi fossimo in un moderno impianto sportivo con i cori dei tifosi ad incitare la squadra o il giocatore del cuore.

Ma non stiamo assistendo né a una giostra cavalleresca né ad un torneo medievale. Questi sono svaghi di altri tempi ormai.

Quella che sta andando in scena all’interno di un edificio del Palazzo Te a Mantova, adibito volutamente allo scopo, è a tutti gli effetti una partita di tennis o una partita di uno sport che con il tennis odierno ha molto a che vedere.

Ci sono le racchette, ci sono le palline – fatte di pelle ed imbottite all’interno con la lana. C’è lo stadio, un edificio dalla forma rettangolare illuminato da finestre ricavate nella parte superiore delle pareti.

E naturalmente ci sono i giocatori. Il più famoso in campo quel giorno viene anche da lontano. Non solo, è probabilmente l’uomo più potente del mondo in quel preciso momento storico.

Forse non indossa i calzoncini bianchi come Federer, ma Carlo V d’Asburgo – Imperatore del Sacro Romano Impero – si destreggia niente male tra racchette d’altri tempi e “ballette sode”.

Malgrado l’agonismo dell’Imperatore – pare che la giornata non fu tra le più fortunate per il regale sportivo.

Dopo ore di scambi intensi, sua Maestà abbandonò mestamente il campo e – beffa delle beffe – si dice che sia stato costretto a pagare anche 60 scudi d’oro ai suoi avversari sportivi in quella tiepida ma sventurata giornata primaverile nel Palazzo Te a Mantova.

Un’architettura suggestiva

Oggi, l’edificio in cui si svolse la storica partita di tennis con Carlo V non esiste più perché demolito nel 1784. Ma per nostra fortuna, il Palazzo Te a Mantova – malgrado qualche peripezia di troppo – è arrivato ai nostri giorni in buona forma.

L’edificio fu finanziato e voluto fortemente da Federico II Gonzaga – prima marchese e poi duca di Mantova dal 1519 al 1540 – e ideato e costruito da Giulio Romano – grande artista del ‘500 tra i maggiori allievi di Raffaello.

Il Palazzo sorge nella zona meridionale della città, su quella che una volta era un’isoletta autonoma conosciuta come isola del Te.

Già all’inizio del ‘500 Francesco II – padre di Federico e marito di Isabella d’Este – posiziona sull’isola le stalle per alloggiare i celeberrimi cavalli dei Gonzaga, vanto assoluto dei signori di Mantova.

E proprio questo sarà il luogo scelto da Federico per edificare il celeberrimo Palazzo Te a Mantova.

L’edificio è a pianta quadrata con grande cortile centrale. All’esterno, le facciate principali (quella nord e quella ovest) si innestano su un podio e sono caratterizzate da un paramento a finto bugnato rustico con ampie finestrature intervallate da paraste.

La grandezza di Giulio Romano sta nel saper utilizzare con somma maestria il linguaggio classico e allo stesso tempo riuscire a sovvertire l’ordine costituito.

Questo è particolarmente vero nelle facciate interne del cortile d’Onore quando l’equilibrio compositivo viene messo in discussione dallo “scivolamento” di alcuni dei triglifi nel fregio: una dissonanza ricercata nell’armonia generale.

Superata la loggia di Davide e le Peschiere, il Palazzo Te a Mantova si apre nel giardino retrostante chiuso da un’esedra e caratterizzato dall’appartamento del Giardino segreto, in fondo a sinistra, e dal corpo di fabbrica delle Fruttiere lungo il lato destro.

Il committente: Federico II Gonzaga

Federico II, committente del Palazzo Te a Mantova, nasce e cresce in una famiglia che ha grande dimestichezza con l’arte e la bellezza. Fino a quel momento, i Gonzaga hanno accolto in città artisti del calibro di Pisanello, Andrea Mantegna e Leon Battista Alberti – solo per citare i nomi più famosi.

Inoltre, la madre di Federico è la celebre Isabella d’Este – raffinata collezionista e importante mecenate del Rinascimento.

Quando prende il potere Federico II ha appena 19 anni ma un’esperienza da veterano alle spalle.

Nel 1530, durante il suo passaggio in città, Carlo V eleva Federico II a duca e il Gonzaga manterrà questo titolo fino alla sua morte avvenuta nel 1540.

Il Palazzo Te a Mantova è un’opera dove si sente forte non solo la firma dell’architetto ma anche quella del committente.

C’è un ambiente in particolare che, con forti immagini allegoriche, sembra essere un rimando continuo alle vicende personali del marchese.

Si tratta di una delle camere più suntuose e riccamente decorate del Palazzo Te a Mantova: la Camera di Psiche.

Sulla volta e nelle lunette, il tema iconografico qui affrescato è quello della storia di Amore e Psiche. Al di là della bellezza compositiva, in molti hanno sottolineato il parallelismo tra questa storia e quella del marchese.

Federico II amava alla follia una donna già sposata: Isabella Boschetti. E questo amore era fortemente osteggiato dall’altra Isabella, la madre di Federico che sembra svolgere alla perfezione il ruolo di Venere.

Infatti, Isabella d’Este ostacolava in tutti i modi la relazione tra suo figlio e la donna sposata proprio come fa Venere con suo figlio Amore (Cupido) e la giovane Psiche.

L’architetto: Giulio Romano

L’altro grande protagonista della costruzione del Palazzo Te a Mantova è il suo ideatore: Giulio Romano, artista di grido della prima metà del ‘500.

Giulio_Romano
Giulio Romano ritratto da Tiziano#googleimages

Giulio compie un apprendistato di altissimo livello in quanto viene annoverato tra i collaboratori più stretti di Raffaello.

Col grande pittore urbinate, parteciperà alla realizzazione di opere eccelse come la decorazione delle Stanze Vaticane o quella di Villa Farnesina a Roma. Inoltre, si dedicherà già da giovane allo studio e alla progettazione di fabbriche architettoniche.

Morto Raffaello, dopo pochi anni – siamo nel 1524 – Giulio Romano si trasferisce a Mantova dove viene nominato Prefetto delle fabbriche da Federico II.

Ancora qualche anno e l’artista si butta a capofitto nel grandioso progetto del Palazzo Te a Mantova, opera capitale dell’architettura italiana del ‘500 dove Giulio Romano applica con grande maestria l’organizzazione del lavoro appresa nella bottega di Raffaello.

Se la regia della progettazione architettonica e l’ideazione degli apparati iconografici del Palazzo Te a Mantova è saldamente nelle mani di Giulio – la realizzazione di alcuni affreschi e di alcuni apparati decorativi è necessariamente “subappaltata” ai suoi fedeli collaboratori, in un disegno organico ed unitario.

La Camera dei Giganti: la meraviglia delle meraviglie

Il Palazzo Te a Mantova è un’opera straordinaria dal punto di vista architettonico. E al suo interno sono ancora visibili degli ambienti che a loro volta sono degli autentici capolavori dell’arte italiana.

Tra questi, il posto d’onore spetta sicuramente alla celeberrima Camera dei Giganti.

A livello iconografico – in questa sala del Palazzo Te a Mantova – Giulio Romano rappresenta il mito della “Caduta dei Giganti”. Si narra che la stirpe dei Giganti stesse tentando, tramite l’ausilio di alte montagne, la scalata all’Olimpo per sostituirsi agli Dei.

Colti sul fatto, Giove furibondo inizia a scagliare i fulmini contro i Giganti che – travolti dalla furia divina – vengono trascinati dalle montagne che franano rovinosamente e si sgretolano in mille massi sotto i loro piedi.

È proprio questo il momento specifico che Giulio Romano – con somma maestria – disegna sulle pareti della Camera dei Giganti.

Lo spazio architettonico viene completamente annullato dall’illusione pittorica. Un senso di sgomento ci assale guardando le pareti di questo ambiente. Noi stessi siamo partecipi del terrore provato dei Giganti che franano al suolo tra massi che si staccano e rotolano giù, colonne che si spezzano e volte che crollano al suolo.

Il turbinio degli elementi e dei corpi dei Giganti invade con un moto di angoscia il campo visivo dello spettatore che ha un attimo di serenità solo alzando gli occhi al cielo e guardando il trono di Giove raffigurato al centro della volta.

Ancora una volta Giulio Romano riesce a coniugare il classicismo misurato dello spazio serafico della volta con una scenografia angosciosa e terribile (quella dei Giganti alle pareti) che anticipa in massimo grado l’inquieta arte del ‘500.

Una nuova stagione artistica tormentata e popolata da demoni che molti definiscono Manierismo e che tocca già un apice assoluto nel Palazzo Te a Mantova.

UN SUGGERIMENTO...

E proprio in questi giorni, la città lombarda rende omaggio al grande artista con la mostra “Con nuova e stravagante maniera. Giulio Romano a Mantova”.

Tra le sale del Palazzo Ducale, fino al 6 gennaio 2020 verrà celebrato uno dei più illustri esponenti del Manierismo.

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“L’arte spazza la nostra anima dalla polvere della quotidianità.”
Pablo Picasso

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