APPIA: UN PERCORSO NELLA STORIA COME PARABOLA DELL’ITALIA ODIERNA Recensione del libro: “Appia” di Paolo Rumiz

Tra le pieghe della storia, alla ricerca del tracciato autentico della regina viarum – l’Appia – Paolo Rumiz e i suoi compagni di viaggio compiono una discesa nell’Italia più profonda. Tra le viscere di un paese che con i suoi mille campanili contiene infinite bellezze ed altrettanti misfatti.

Questo libro, senza sottotitoli e senza giri di parole, si intitola semplicemente:

“Appia”.

Ed è tante cose insieme.

È un libro di cammino e di scoperta.

È un libro tramite cui l’autore cerca di far prendere coscienza a tutti noi che l’Italia non è solo il Colosseo, ma una miriade di scrigni preziosi disseminati sul territorio.

È un libro di denuncia degli scempi compiuti sulla pelle di quei tesori da chi invece avrebbe dovuto conservarli e proteggerli.

appia

Alla scoperta dell’Appia perduta

Scoprire l’Appia palmo a palmo significa immergersi nella realtà profonda del nostro paese.

Questo cammino verso Brindisi e l’Oriente, partendo da Roma, è una gigantesca metafora della situazione italiana odierna: starà ad ognuno di noi recepire il messaggio sociale che Rumiz ha introdotto nelle pagine di questo libro.

Abbiamo il diritto di scuoterci di fronte al tepore civile che investe il nostro paese a tutti i livelli e a tutte le latitudini, non solo quelle attraversate dalla strada romana per eccellenza, l’Appia.

Qui, come consueto, ci limiteremo in poche a righe ad elogiare il percorso di scoperta che Rumiz e soci portano avanti camminando sulla linea dell’antica strada.

Un viaggio che si basa esclusivamente su un atto ribelle, quello del camminare:

“Sento ad occhi chiusi la danza ad undici sillabe del nostro andare. Essa svela che il nostro è un lavoro paziente, da chirurghi e amanuensi. Il contrario del «wandering», l’erranza senza meta dei romantici anglosassoni. Loro avevano la testa tra le nuvole, noi siamo incollati al terreno”.

La ricerca della strada è una vera e propria ossessione.

Tutto è reso più difficile dalle sovrapposizioni del mondo contemporaneo che con strade asfaltate, autostrade, ferrovie, quartieri di espansione, industrie ma anche con recinzioni e appropriazioni abusive, hanno cancellato l’antica linea dell’Appia per lunghissimi tratti.

E tutto questo rende difficile lo stesso atto del camminare, costringendo Rumiz e compagni a forti deviazioni per aggirare gli invalicabili ostacoli della modernità.

Percorrere l’Appia dentro e fuori di sè

Ma la linea viene percorsa malgrado tutto, in un tracciato che tramite l’Appia raggiunge Capua, Taranto e infine Brindisi:

“In principio fu l’idea, l’idea generò la Linea e la Linea si fece strada. La strada saldò Roma a Capua vecchia, la città alleata, e fu percorsa da legioni e mercanti, poi duplicò se stessa fino a Benevento, per tenere d’occhio i bellicosi abitanti del Sannio. Ma non bastò, perché la Linea volle superare l’osso dello Stivale e spingersi verso Oltremare fino all’imbarco di Brindisi attraverso le plaghe riarse dell’Apulia”.

Oltre alla parte iniziale introduttiva ed esplicativa dell’impresa, il libro “Appia” è di fatto suddiviso in tre sezioni:

  • LA PIETRA Da Roma a Capua Vetere
  • IL VENTO Da Capua Vetere a Venosa
  • IL GRANO Da Venosa a Brindisi

L’opera si conclude con la sezione intitolata “Guida alle ventinove tappe”, in cui Riccardo Carnovalini condensa in agili schede riepilogative i dati tecnici e i tratti salienti del cammino da Roma a Brindisi, compiuto, in prima battuta, tra l’aprile ed il giugno dell’anno 2015.

Il cammino finale

Una delle parti più toccanti del libro si trova nelle ultime pagine del cammino.

Rumiz, in vista del tanto agognato arrivo, ha un ripensamento profondo sul percorso compiuto.

Il paragrafetto si intitola, non a caso, “Tornatene a casa” e Rumiz narra del sogno avuto nella notte in cui è ospite a Oria, paese dal sapore orientale tra Taranto e Brindisi. L’Appia gli viene in sogno nelle vesti di una donna e lo invita a ritornare sui suoi passi:

“Gli italiani non mi vogliono, non mi amano e non mi ameranno mai, perché li obbligo ad onorare la loro terra e li metto di fronte al loro vuoto di memoria. Non cercarmi più. Tornatene a casa”.

Rumiz sa che in realtà l’Appia, che gli parla nelle sembianze di donna, ha ragione e l’argomentazione appena riportata sembra quasi far breccia in lui.

Per fortuna nostra, però Rumiz non cede a questo pur giusto grido di autodifesa e con cocciutaggine tira fuori questa mirabile descrizione a tappe dell’antica Linea, omaggiando alla fine gli “strumenti” che hanno permesso tutto ciò, i suoi piedi:

“Sulla Via Appia, specialmente qui, non mi avete dato pace. «E che ti credevi» ghignavate quando mi lamentavo di un passaggio particolarmente arduo, «che ti mandavamo per ostelli e sentieri ben segnati con logo del pellegrino, magari con l’ausilio di mappe belle e pronte, o a farti camminare in compagnia di anime gentili con cui discorrere del senso della vita? No, bello mio, troppo facile». E quando esausto, vi mettevo davanti all’evidenza di una barriera di spinosa sterpaglia o di un muro che bloccava il passaggio, «Fregatene» sibilavate all’orecchio «traccia la tua linea, scavalca e passa, e fa niente se la gente ti guarda strano. Camminare è un atto eversivo, e in quell’eversione sta il tuo orgoglio, la tua forza».

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