I due capolavori romani di Donato Bramante La chiesa più piccola di Roma...e quella più grande

“Giulio II (…) non amava gli indugi: presa la decisione, aveva pensato di completarla chiedendo al Bramante, massimo architetto del momento, di progettare un nuovo edificio che sostituisse la vecchia e veneranda basilica costantiniana. Nella sua concezione, esso sarebbe diventato la casa madre dell’universo cristiano, il tempio più grande e più bello mai concepito, quasi smisurato, all’interno del quale sarebbe stato collocato il suo altrettanto smisurato sepolcro: il modo più sicuro per non morire nemmeno dopo morto”

In questo articolo parleremo di:

  • Donato Bramante

uno dei più grandi architetti del Rinascimento italiano, nato nei pressi di Urbino nel 1444 – e dei progetti per due chiese di Roma che, dedicate entrambe a San Pietro, conservano ancora oggi un particolare primato:

  • il tempietto di San Pietro in Montorio, considerata

la chiesa più piccola di Roma

  • e la Basilica di San Pietro in Vaticano, tempio della Cristianità e chiesa più grande della città.

alla corte di giulio ii​

Nel ‘400 Roma e i suoi ruderi di età classica continuano ad esercitare un fascino irresistibile per gli artisti e per la loro formazione. Tuttavia, in questo secolo la città deve necessariamente lasciare a Firenze il primato della sperimentazione e quello della realizzazione sul campo dei maggiori capolavori del Rinascimento.

All’inizio del secolo successivo, però, qualcosa cambia.

Nel 1503 a Roma viene eletto papa il cardinale Giuliano Della Rovere, che sale al soglio pontificio con il nome di Giulio II e passerà alla storia come il Papa Guerriero.

Il Papa Giulio II ritratto da Raffaello #googleimages

Il nuovo papa è anche uno dei più grandi mecenati di tutti i tempi, e il suo ingresso in Vaticano permette a Roma di riprendersi il posto che gli spetta di diritto nella storia dell’arte: Giulio II vuole scolpire per sempre il suo nome nelle pietre e nella gloria della città eterna.

Per mettere in atto uno dei programmi artistici più ambiziosi di sempre chiama alle sue dipendenze i più grandi artisti dell’epoca: Donato Bramante, Raffaello Sanzio e Michelangelo Buonarroti.

E cosa fa per assicurarsi i servigi di questi titani della storia dell’arte?

Li copre letteralmente d’oro.

I tre, grazie alle numerose commissioni ricevute dal papa Della Rovere, diventano ricchissimi: Michelangelo, nonostante i sostanziosi introiti, conserva uno stile di vita spartano; al contrario, Bramante e Raffaello vivono nello sfarzo e si concedono senza remore agli agi derivanti dalla produzione delle rispettive architetture ed opere d’arte.

Ma c’è dell’altro.

Il denaro che i tre maestri ricevono non è che l’aspetto materiale di un nuovo modo di concepire la figura dell’artista e riconoscere il valore della sua opera. Siamo alle soglie di un processo storico inedito, che tende a glorificare l’artista e il suo genio assoluto, accordandogli paghe profumate per la sua attività professionale.

Il destino di Donato si lega indissolubilmente a Roma e alla figura di Giulio II.

E non solo artisticamente.

Donato resterà in città fino alla sua morte, avvenuta nel 1514, esattamente un anno dopo la scomparsa del papa Della Rovere.

Il tempietto di S. Pietro in Montorio e il mito della pianta centrale

Ma chi era Donato Bramante prima dell’incontro con Giulio II?

L’architetto urbinate era arrivato in città qualche anno prima dell’elezione papale del 1503. Proveniva da Milano, città che aveva lasciato nel 1499 in seguito alla caduta di Ludovico il Moro.

Prima di avviare il sodalizio con il papa guerriero, Bramante ha modo e tempo di ideare la chiesa più piccola di Roma che, a dispetto delle sue ridotte dimensioni, è uno dei capolavori assoluti dell’architettura del Rinascimento: il tempietto di S. Pietro in Montorio.

Il piccolo edificio sacro è stato edificato in un cortile del convento di S. Pietro in Montorio, struttura religiosa posta sul colle Gianicolo.

Il progetto fu commissionato al Bramante nel 1502 dai reali di Spagna e il luogo scelto ha una valenza religiosa ed iconografica immensa: in questo spazio alle pendici del Gianicolo, secondo la tradizione, venne martirizzato San Pietro, crocifisso a testa in giù.

Se rifletti sulla forma che assume il tempietto, noterai senz’altro che non è la tipica forma utilizzata per una chiesa.

Per capirne le ragioni bisogna compiere qualche passo indietro.

Quando Bramante arriva a Roma ha più di 55 anni. Malgrado l’esperienza e l’età avanzata, con la passione di un neofita si immerge animo e corpo nello studio dei ruderi e della classicità romana: ammira da vicino il Pantheon, questo straordinario tempio circolare dalle dimensioni impressionanti, e studia nel dettaglio gli edifici religiosi paleocristiani.

E fa una scoperta decisiva per l’architettura del ‘500.

Le prime chiese cristiane non erano edificate solo a pianta basilicale (o croce latina), ma anche come strutture realizzate attorno a un centro.

Esistono quindi due tipologie costruttive per le chiese:

E la differenza di forme risponde a un preciso canone.

Il martyrium (o martyrion) – come suggerisce il nome stesso – era un piccolo edificio commemorativo eretto su quelli che, secondo la tradizione, erano i luoghi sacri dove erano stati martirizzati i primi santi della Chiesa.

Ecco dunque che quando Bramante è incaricato di progettare un edificio per commemorare il martirio di S. Pietro partorisce un’architettura circolare, legando l’ideale classico del Pantheon all’iconografia paleocristiana.

Come puoi notare, infatti, il tempietto è costituito – con un disegno estremamente semplice e razionale – da una cella centrale cilindrica, sormontata da una cupola e circondata da un peristilio con 16 colonne doriche e una balconata superiore.

C’è una cosa, però, che oggi non possiamo vedere.

In realtà, la piccola chiesa doveva essere inserita a sua volta in un cortile di forma circolare: un espediente che avrebbe esaltato ancor di più le semplici proporzioni matematiche e la razionalità progettuale dell’opera.

In ogni caso il tempietto, nonostante le sue ridotte dimensioni, diventa immediatamente un’opera iconica, fondamentale per lo sviluppo dell’architettura del Rinascimento e riferimento progettuale per molti architetti delle epoche successive.

La sua portata rivoluzionaria si può capire, ad esempio, dal fatto che Palladio alcuni decenni più tardi, nel suo trattato I quattro libri dell’architettura, riporta come esempi mirabili le piante di moltissimi edifici classici ma quella di una sola architettura “contemporanea”: il tempietto di Bramante per l’appunto.

Il nuovo tempio della Cristianità: la basilica di S. Pietro

Dopo questa primo e fondamentale esperimento romano, Bramante è totalmente coinvolto dal papa Della Rovere nella realizzazione dei suoi ambiziosi progetti in Vaticano.

Al tempo, la basilica costantiniana – storico edificio di culto realizzato dall’imperatore Costantino nel IV secolo a.C. – costituiva il tempio della Cristianità, sorgendo sul luogo in cui era stato sepolto San Pietro.

Soltanto un papa visionario e temerario come Giulio II poteva decidere di abbatterla per rimpiazzarla con una mastodontica e sfarzosa opera: la nuova basilica di San Pietro.

Il suo atteggiamento, quasi sacrilego, era in realtà confortato dalla realtà dei fatti: la vecchia basilica presentava dei notevoli problemi statici ed essendo costruita in legno era spesso e volentieri soggetta ad incendi.

Bramante inizia a lavorare al progetto della nuova basilica nel 1505.

L’architetto è ormai perfettamente consapevole dei significati attribuibili alle forme architettoniche della tradizione cristiana e dunque, con in testa l’immagine del tempietto in Montorio, non disegna una basilica – così come puoi ammirare oggi – bensì… un martyrium gigante!

L’idea di Bramante, in coerenza con i suoi ideali compositivi, è quella di un edificio a pianta centrale che con la sua immensa cupola avrebbe dovuto simbolicamente proteggere per l’eternità la tomba del primo papa, S. Pietro.

Del progetto originario oggi abbiamo un unico disegno, conservato soltanto per metà, agli Uffizi di Firenze, e conosciuto come “Piano di pergamena”: l’inchiostro traccia un quadrato con una croce greca inscritta all’interno, al centro della quale si innesta la gigantesca cupola.

Ma se Bramante e Giulio II avevano pensato di realizzare un enorme martyrium, perché oggi in piazza San Pietro non se ne vedono tracce?

La realtà è che i due muoiono quando i lavori per il nuovo tempio sono praticamente appena iniziati: intorno al 1515 sono stati realizzati soltanto le fondamenta dei piloni principali e i massicci archi di collegamento.

Tra i “capomastri” successivi al Bramante, soltanto Michelangelo riproporrà l’idea classica della pianta centrale. Tuttavia, saranno gli stessi porporati romani a imporre la croce latina: d’altronde il tipo basilicale è sicuramente più adeguato allo svolgimento delle funzioni religiose.

Tutto è perduto dunque?

Forse no.

Proprio la messa in opera delle fondamenta e degli archi di collegamento ha segnato la gigantesca dimensione della Basilica che oggi puoi osservare, e con essa lo stupore che suscita ancora oggi ogni volta che la ammiriamo.

Contemplandola, Goethe esclamò: “In San Pietro m’è divenuto chiaro come l’arte, al pari della natura, possa trascendere ogni rapporto comparativo”.

“L’arte spazza la nostra anima dalla polvere della quotidianità.”
Pablo Picasso

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