Gli occhi di Firenze: andar vicino per veder lontano Recensione del libro: “Gli occhi di Firenze” di Paolo Ciampi

Questo è il primo libro su Firenze che appare tra le mie recensioni. Malgrado la corposa letteratura di viaggio sulla città toscana, fino ad ora avevo avuto difficoltà a trovare qualcosa che mi ispirasse davvero.

Poi, un giorno proprio alla stazione di Santa Maria Novella mi imbatto in questo libro: “Gli occhi di Firenze”. Lo prendo tra le mani, lo sfoglio velocemente e penso che è ciò che fa al caso mio.

Leggo alcune righe e già nella libreria mi accorgo di aver fatto bingo.

Il viaggio in solo giorno di un fiorentino doc, Paolo Ciampi, dentro la sua città ma lontano dalla pazza folla. Sempre con la curiosità accesa, la voglia di (ri)scoprire quello che i turisti non vedono, l’emozione di perdersi in luoghi conosciutissimi perché il viaggio va dalla testa ai piedi passando sempre per il cuore.

Tutto questo è “Gli occhi di Firenze” di Paolo Ciampi.

“Sulla soglia indugio, torno indietro. Mi sono dimenticato la mappa di Firenze, assolutamente da portare con me. Non mi servirà per ritrovarmi, ma piuttosto per perdermi meglio”.

gli occhi di firenze

“Gli occhi di Firenze”: viaggio in un solo giorno

Firenze è una città a dimensione d’uomo. E allora l’autore, rivolgendosi sempre al suo caro editore, prova a percorrerla in un solo giorno. Partendo dall’alto, attraversando tutta la città, e arrivando lì dove l’Arno si apre nelle campagne e dove il fiume sembra procedere: “sempre dritto, direzione mare”.

“Nemmeno mi fossi inoltrato dentro una mia personale riduzione dell’Ulisse di Joyce: una sola giornata per un vagabondaggio che ignoro dove condurrà. Tortuosi giri di passi e parole che alla fine sembra abbraccino tutto”.

Non è un viaggio per nulla scontato quello intrapreso da Ciampi ne “Gli occhi di Firenze”.

È un vagabondaggio di prossimità che però taglia a fette la storia e i secoli. Un peregrinare che porta lontano dove racconti e immagini hanno come ambientazione i celebri monumenti della città.

“Un altro respiro profondo. Prendo una bottiglia d’acqua e un paio di libri. Il taccuino e il tablet. Quanto mi basta per il viaggio più vicino, che però promette di portarmi lontano. Per fortuna è da parecchio tempo che non confondo più distanze e chilometri”.

Partendo dall’alto: il volo di Leonardo sulla città

Il viaggio di Paolo Ciampi ne “Gli occhi di Firenze” parte dall’alto: dalle colline che sovrastano il capoluogo toscano. In questo modo, l’autore abbraccia con lo sguardo intero la città.

Una volta interiorizzata a fondo la visione integrale dell’insieme di tetti, strade e palazzi ognuno di noi si può immergere in questa isola del Rinascimento: È che Firenze è come un’isola che si vede meglio dalla distanza. Bisogna allontanarsi per prenderla tutta insieme, una botta di meraviglia. Solo dopo ci si può avvicinare per occuparsi di qualche dettaglio che poi dettaglio non è: quel gomitolo di strade, quella fuga di tetti, quella torre che ancora resiste”.

E quando Leonardo, nel 1506, prova a sperimentare il volo umano pensa proprio a questi colli per testare la sua ideazione.

Ma Leonardo da Vinci è soltanto il regista di questo spericolato set che va in scena sul Monte Ceceri. Sarà un tal Zoroastro da Peretola a sperimentare il primo volo dell’umanità. Varrà la pena rompersi qualche osso – avrà pensato il povero Zoroastro – per godere solo per qualche secondo della più spettacolare e inattesa vista sulla città mai sperimentata fino ad allora.

Paolo Ciampi va in città

I piedi di Paolo Ciampi ne “Gli occhi di Firenze” abbandonano le colline e iniziano a dirigersi verso la città.

Ma prima di entrare nel cuore di Firenze, lì dove scorre veloce il traffico sui viali ci imbattiamo in un’isola di tranquillità posta proprio al centro della grande arteria stradale: è il Cimitero degli Inglesi.

Così chiamato in maniera sbrigativa, in realtà qui trovavano sepoltura – dai primi decenni del 1800 – gli stranieri non cattolici che abitavano a Firenze. E proprio su questa oasi di pace puntavano le finestre della casa del grande pittore Arnold Böcklin che qui seppellì la figlia appena nata e qui ebbe l’ispirazione per il suo dipinto più celebre: l’Isola dei Morti.

A questo punto, l’itinerario de “Gli occhi di Firenze” si addentra nel cuore turistico della città. E l’autore non nasconde un certo disagio per il consumificio di massa in cui è stato trasformato il centro città.

Ma anche di fronte ai monumenti più celebri di Firenze, conosciuti nel mondo intero, Paolo Ciampi sa deviare dagli itinerari prestabiliti. E se deve raccontare una storia inaspettata non si sofferma sul Duomo o sul Battistero ma su un edificio che porta un nome singolare e che sta lì proprio accanto a queste portentose architetture: il Palazzo dei Bischeri, un nome che è tutto un programma.

“Forse è questo che si intende quando si dice di voler abitare poeticamente la città. Non dare niente per scontato. Prescindere da ciò che si dice e si legge. Evitare tappe obbligate e informazioni a uso e consumo. Privilegiare dettagli e note a margine, al posto di ciò che è assolutamente da vedere”.

Sempre dritto, direzione mare: l’Arno e Firenze

Dopo lo Spedale degli Innocenti, piazza San Marco, piazza della Repubblica, Santa Croce, l’Oltrarno – le descrizioni contenute negli “Gli occhi di Firenze” si muovono in direzione dell’Arno raggiugendo fuori città le Cascine, il polmone verde della città “dove il fiume sembra salutare Firenze”.

E il libro “Gli occhi di Firenze” si conclude con una storia al limite non solo della città ma anche della realtà. Una storia che si svolse qui dove ora sorge il Ponte all’Indiano.

L’indiano di cui parla Paolo Ciampi era un ricco maharaja che morì giovanissimo mentre visitava Firenze nell’anno 1870. A quel tempo era impossibile riportare in patria la salma così la cerimonia funebre indù avvenne proprio a Firenze. Ma il rito prevedeva di bruciare il corpo e poi disperdere le ceneri alla confluenza di due fiumi.

E qui dove il Mugnone confluisce nell’Arno, fu posta la pira dove venne bruciato il corpo: le ceneri raccolte in un’urna d’oro furono poi gettate nelle acque.

I racconti e le storie nel viaggio in un solo giorno di Paolo Ciampi terminano qui ma all’interno del libro “Gli occhi di Firenze” se ne trovano decine, di tutti i tipi e per i palati più curiosi.

“Perché non intendo costruire un itinerario. Racconto dove c’è cammino, cammino dove c’è racconto. E lo so che la linea retta è la più breve tra due punti, ma io questi punti faccio fatica a riconoscerli. Non sono tramvia sicura sulle sue rotaie, piuttosto sono anguilla: e niente mi sottrarrà il piacere di curvare, zigzagare, deviare, ripetere i miei passi”.

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