Il Laocoonte dei Musei Vaticani Una statua che ha affascinato imperatori e pontefici

O ciechi, o folli, o sfortunati. A gli nemici, a’ Greci date credenza? A lor credete voi che sian partiti?

Nel precedente articolo della sezione Cronache dall’Antico ci siamo occupati dell’Arco di Costantino, oggi invece, tratteremo in modo più specifico la scultura attraverso:

  • il Laocoonte dei Musei Vaticani.

La statua, o meglio dire il gruppo statuario (perché composto di diversi personaggi), fu ritrovata a Roma nel 1506. Proviene dall’area delle cosiddette Sette Sale, sulle pendici del colle Esquilino, non lontano dal Colosseo.

La sua scoperta cambiava per sempre la visione artistica nella storia dell’Occidente e diveniva un punto di riferimento obbligato per qualsiasi uomo d’arte.

Il Laocoonte dei Musei Vaticani è oggi conservato nella sezione chiamata Pio-Clementino, più specificatamente, nel cosiddetto Cortile Ottagono. Cattura l’attenzione dei visitatori ipnotizzandoli con la sua potenza espressiva, il pathos e il suo forte dinamismo.

Il Laocoonte dei Musei Vaticani: chi rappresenta?

Citta di Troia (attuale Turchia), 1200 a.C. circa.

È la fine della Guerra di Troia narrata da Omero nell’Iliade. I Greci fingono di abbandonare ogni tentativo di conquista e lasciano in pegno un cavallo di legno ideato da Ulisse: il famoso cavallo di Troia.

Tutti ricordiamo come si svolsero gli eventi; tutti sanno che Troia cadrà proprio grazie a questo stratagemma.

Il sacerdote Laocoonte era l’unico tra i troiani a diffidare di quel dono; si opponeva a che il cavallo lasciato dai Greci fosse condotto all’interno delle mura di Troia.

Per questo, come narra anche Virgilio nell’Eneide, fu stritolato insieme ai figli da due serpenti marini inviati da Atena e Poseidone.

Infatti, gli dei dell’Olimpo avevano decretato la sconfitta di Troia affinché uno dei suoi cittadini, Enea, figlio di Venere, compisse il proprio destino. In fuga da Troia, sarebbe approdato in una terra lontana e i suoi discendenti avrebbero dato inizio alla storia di Roma.

Enea, sbarcato sulle coste del Lazio, fonda Lanuvio (dal nome della moglie morta durante la fuga da Troia). Suo figlio Ascanio fonderà Alba Longa (secondo alcuni identificabile con Castel Gandolfo) dove nacquero Romolo e Remo, fondatori di Roma.

Fuga di Enea da Troia Barocci Galleria Borghese
"La fuga di Enea da Troia" di F. Barocci nella Galleria Borghese#googleimages

Quindi, la morte dello scettico sacerdote Laocoonte era condizione necessaria affinché Troia cadesse e, da quelle ceneri, Roma sarebbe sorta in tutta la sua gloria.

Questo è il motivo per cui il gruppo del Laocoonte ebbe tanta fama nell’antica Roma, proprio per il collegamento ad Enea come capostipite dei romani. Stessa fama che ebbe nella Roma dei papi, per cui era il tramite del potere papale con quello degli imperatori romani.

Alcuni dettagli dell’opera

La scena rappresentata nel Laocoonte dei Musei Vaticani si svolge su un altare. Laocoonte, al centro, è spoglio di tutte le sue vesti, così come lo sono i suoi figli.

I muscoli sono tesi, i volti contratti, gli sguardi disperati mentre i due mostri marini si avvinghiano ai tre, ormai spacciati.

Laocoonte particolare viso
Particolare del volto di Laocoonte#googleimages

Il gruppo, al momento del ritrovamento, era ben conservato e mancava solo di alcune parti, tra le quali il braccio destro di Laocoonte.

Papa Giulio II fece collocare il gruppo nel cortile del Belvedere (oggi Cortile della Pigna). Gli artisti e i letterati dell’epoca potettero ammirarne la potenza espressiva, il dinamismo ed i dettagli anatomici. Questi saranno cruciali nel dare impulso allo sviluppo dell’arte rinascimentale.

Dettaglio della perfetta resa anatomica#googleimages

Inoltre, insieme allo studio stilistico, iniziarono a interrogarsi sulla possibile posizione di quel braccio mancante.

Pochi anni dopo, lo scultore Baccio Bandinelli venne incaricato dal cardinale Giulio de Medici di realizzare una riproduzione in marmo del Laocoonte dei Musei Vaticani. Siamo tra il 1523 ed il 1525 e la copia doveva essere a grandezza naturale.

Nella copia, oggi agli Uffizi di Firenze, il braccio mancante fu posizionato disteso verso l’alto. In questo modo si volle rappresentare Laocoonte nel disperato tentativo di fuga dalla morsa del mostro.

Laocoonte Baccio Bandinelli uffizi
Copia del Laocoonte di Baccio Bandinelli agli Uffizi#googleimages

In base a questa interpretazione, l’originale fu successivamente (non si sa quando) integrato di un braccio in marmo, disteso appunto verso l’alto.

Il braccio ricostruito fu sostituito varie volte nel corso della storia (anche con un braccio in gesso). Solo nel ‘900, il braccio originale fu ritrovato e ricollocato sul Laocoonte dei Musei Vaticani.

A partire dal 1720, uno dei bracci di restauro fu addirittura attribuito a Michelangelo. Recentemente, l’archeologo L. Rebaudo, ha sostenuto che tale misterioso braccio michelangiolesco sia stato, sicuramente, opera di uno scultore del ‘500 ma non del maestro fiorentino.

In passato, il concetto di restauro delle statue antiche era ben diverso da oggi. Infatti, a partire dal ‘500 e fino al ’800, con rare eccezioni, era consuetudine integrare le statue antiche con pezzi di restauro ex-novo o con pezzi antichi di altra provenienza. Ciò serviva a rendere le collezioni più omogenee e complete.

Una datazione controversa

Plinio il Vecchio, fine politico e uomo di cultura, morto nell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., è autore della Naturalis Historia.

Quest’opera chiave per lo studio della statuaria antica (e non solo), classifica la statua del Laocoonte come opera di tre scultori di Rodi. I loro nomi sono Agesandro, Polidoro e Atanodoro, vissuti nel I sec. a.C.

Gli stessi artisti firmano anche il gruppo scultoreo ritrovato nella cosiddetta grotta di Tiberio. Si tratta di una grotta naturale riadattata a ninfeo all’interno della villa di Tiberio a Sperlonga (in provincia di Latina).

Il primo problema è stabilire se il Laocoonte dei Musei Vaticani sia effettivamente la statua descritta da Plinio.

Altra possibilità è che si tratti di una copia di età romana (I sec. d.C.), quindi di epoca successiva. Infatti, i romani erano soliti adornare ville, giardini e monumenti pubblici, con copie di famosi originali greci, come espressione di un gusto ellenizzante (ossia richiamante la cultura greca).

L’archeologia non è una scienza esatta e quindi, tali diatribe sono frequenti e aumentano sia il fascino che l’interesse per la riscoperta dell’antico.

La comunità scientifica è tutt’ora divisa sulla datazione del Laocoonte dei Musei Vaticani. Secondo uno dei più grandi studiosi della Roma antica, Filippo Coarelli, il capolavoro conservato in Vaticano è un originale greco. Si tratterebbe di un’opera realizzata intorno al 80 a.C. a Rodi, e portato a Roma dall’imperatore Tiberio.

Dov’era esposta esattamente nell’antica Roma?

Come già detto, il Laocoonte dei Musei Vaticani è stato rinvenuto sul colle Esquilino, non lontano dalla Domus Aurea. Per lungo tempo, si è pensato che provenisse proprio da uno degli ambienti (oggi sotterranei) che costituivano la lussuosa abitazione dell’imperatore Nerone.

Il primo dubbio a tale ipotesi sta nel fatto che la Domus Aurea fu privata di arredi e decorazioni nel momento in cui fu abbandonata. Infatti, questo settore fu obliterato per fungere da sostruzione delle Terme di Traiano (che si trovano proprio al di sopra e sono facilmente riconoscibili).

Che senso avrebbe avuto lasciare un tale capolavoro in un’abitazione abbandonata che stava per essere coperta da una nuova costruzione? Nessuno!

Quindi, l’ipotesi che il Laocoonte dei Musei Vaticani provenga dalla Domus Aurea è del tutto inverosimile.

Un indizio, però, ci viene fornito da Plinio il Vecchio, secondo cui la statua si trovava nella Domus Titi ossia nell’abitazione dell’imperatore Tito (designato da Vespasiano). Il nome “Domus Titi”, tecnicamente, sta ad indicare che Tito vi vivesse prima di diventare imperatore.

Questa breve affermazione ha prodotto un numero consistente di letteratura scientifica, portando alla formulazione di diverse ipotesi. Infatti, il concetto di Domus Titi è piuttosto vago e lascia spazio a numerose possibili interpretazioni.

Una possibile collocazione

Recentemente, si è stabilito che il Laocoonte dei Musei Vaticani fosse stato rinvenuto in un settore dell’Esquilino che è più vicino agli Horti di Mecenate che alla Domus Aurea.

Gli Horti (i giardini) di Mecenate sono la lussuosa residenza di questo eminente personaggio dell’età augustea, amico intimo dell’imperatore Augusto. Mecenate fu anche protettore (mecenate, appunto!) dei più grandi poeti del suo tempo come Orazio, Properzio e Virgilio.

La sua villa era circondata da un enorme giardino e riccamente decorata. Purtroppo, oggi resta solo il cosiddetto Auditorium (nei pressi di Piazza Vittorio a Roma).

Interno dell’Auditorium di Mecenate#googleimages

Si tratta di una specie di teatro semi-sotterraneo in cui si potevano recitare versi, godendo, in estate, di una temperatura gradevole.

Si leggevano componimenti poetici ad un pubblico ristretto, a cui sicuramente partecipava anche la famiglia imperiale. Si sa che Augusto in persona leggeva versi dell’Eneide quindi, perché non pensare che lo facesse anche qui, davanti a Mecenate e ad altri amici?

Forse è proprio in questo Auditorium che Virgilio lesse i primi versi dell’Eneide ad Augusto, colui che aveva commissionato l’opera letteraria. 

Alla morte di Mecenate, la sua proprietà passò al demanio imperiale. Successivamente, per dodici anni, la villa divenne la residenza di Tiberio prima che questi fosse proclamato secondo imperatore (successore di Augusto).

Sappiamo che Tiberio aveva soggiornato per lungo tempo a Rodi prima di diventare imperatore. È verosimile pensare che il Laocoonte dei Musei Vaticani, come detto opera di tre artisti rodii, fu portato a Roma proprio da Tiberio e collocato in questa proprietà.

È possibile, quindi, che dopo Tiberio gli Horti di Mecenate divennero la residenza estiva di ogni imperatore designato (ossia di colui che era stato scelto come successore dell’imperatore in carica).

Alla luce di queste considerazioni dobbiamo porci una domanda: gli Horti di Mecenate e la Domus Titi dove Plinio vide il Laocoonte, sono la stessa cosa?

È possibile ma, purtroppo, in questo momento la ricerca archeologica non è ancora in grado di dare una risposta certa.

Il ritrovamento del braccio mancante

Nel 1903, l’archeologo e mercante d’arte Ludwig Pollak, passeggiando sull’Esquilino in uno dei suoi consueti sopralluoghi tra scavi e rigattieri, fece un’importante scoperta.

Nel laboratorio di uno scalpellino notò un braccio destro reimpiegato che poteva essere compatibile con quello mancante al famoso Laocoonte dei Musei Vaticani.

A far crescere in lui la speranza della veridicità della sua intuizione c’era il luogo di ritrovamento. Infatti, era molto vicino a quello in cui quattrocento anni prima, era stata ritrovata la statua.

La problematica era però complessa. Il braccio ritrovato aveva il gomito piegato, e non disteso, come si pensava fosse sin dal momento del ritrovamento del gruppo.

Il “braccio Pollak” ricollocato sulla statua#googleimages

Prima di tutto bisognava capire se l’eventuale reintegrazione del Laocoonte con il braccio ritrovato fosse filologicamente corretta. Secondo, bisognava capire se quel braccio apparteneva realmente al Laocoonte dei Musei Vaticani oppure ad una delle tante copie di età romana in circolazione.

Pollak meditò a lungo su entrambi i temi e, intanto, mantenne un certo riserbo sulla faccenda. Nel 1904 si recò in Vaticano per donare il pezzo ritrovato e confrontarlo da vicino con il gruppo scultoreo collocato nei Musei.

Purtroppo, il braccio ritrovato, apparentemente, non combaciava perfettamente con la spalla del Laocoonte. Era evidente uno scarto nelle dimensioni di circa 10cm.

Nel 1906 durante un convegno tenutosi all’Istituto Germanico di Roma, Pollak sostenne la sua tesi. Propose la reintegrazione del Laocoonte con un braccio destro dal gomito piegato, secondo il tipo da lui identificato.

Aggiunse anche, però, che il braccio in marmo da lui trovato non era compatibile con il Laocoonte dei Musei Vaticani.

Molti giornali dell’epoca diedero notizia dell’importante scoperta e, in breve, l’intera comunità scientifica internazionale ne accettò le conclusioni.

Pollak venne nominato membro ordinario dell’Istituto Archeologico Germanico e papa Pio X lo insignì della Croce alla Cultura (unico ebreo ad essere in questo modo onorato dal papa).

Solo successivamente, tra gli anni ’40 e 50’, grazie agli studi condotti da Ernesto Vergara Caffarelli, l’appartenenza del “braccio Pollak” al Laocoonte dei Musei Vaticani veniva accertata.

Tra il 1957 e il 1959 Filippo Magi procedette alla delicata ricollocazione del braccio originale, così come oggi possiamo ammirarlo.

Purtroppo, però, Ludwig Pollak non ebbe la soddisfazione di vedere il gruppo ricomposto: fu deportato e morì ad Auschwitz nel 1943.

“L’arte spazza la nostra anima dalla polvere della quotidianità.”
Pablo Picasso

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