Il satiro di Mazara del Vallo Un capolavoro venuto dal mare

satiro mazara
Il Satiro di Mazara#mauriziofascitiello

Il Satiro danzante ha la forza magnetica del mare

Dopo aver trattato La Scoperta di Ercolano, cambiamo scenario e regione, spostandoci dalla Campania alla Sicilia.

In questo articolo della sezione Cronache dall’Antico, ci occuperemo di una statua rinvenuta nelle acque del Mediterraneo, a largo delle coste siciliane:

  • Il Satiro di Mazara del Vallo.

Cosa rende questa statua così rara rispetto alle tante esposte nei musei d’Italia e del mondo? Perché è così importante per la storia dell’arte antica? Cosa ha permesso la sua sopravvivenza?

Il Satiro di Mazara è stato rinvenuto negli anni ’90 e da allora ha infiammato i dibattiti storiografici e scientifici sulla statuaria greca e romana.

Oggi la statua è esposta nel Museo di S. Egidio a Mazara del Vallo in Sicilia.

Si tratta di un rinvenimento eccezionale ed estremamente raro.

Vediamo insieme il perché!

Il Satiro di Mazara: quando la storia riaffiora dal mare

Primavera 1997, nelle acque del Mar Mediterraneo.

A bordo del motopeschereccio “Capitan Ciccio” il capitano Francesco Adragna conduce l’imbarcazione nello spazio di mare scelto per la pesca. L’equipaggio si prepara ad issare le reti a bordo!

È questo il momento in cui si spera in una giornata fruttuosa. È questo il momento in cui ci si augura che dalle reti riemerga una moltitudine di pesci tale da riempire il vascello, rendendo la giornata memorabile.

Le operazioni di recupero delle reti iniziano…l’imbarcazione è il palcoscenico, le onde la platea, i marinai i ballerini di una danza vorticosa.

I movimenti sono frenetici, la concentrazione è alta. Il capitano vigila sulle azioni dell’equipaggio dalla sua postazione e come il direttore di un’orchestra detta i tempi dei movimenti.

All’improvviso un fragore metallico, sordo, interrompe la sinfonia. Le teste dei marinai ruotano simultaneamente nella medesima direzione, come una banderuola issata ad un palo al mutare improvviso del vento.

L’attenzione dell’equipaggio si focalizza su quell’oggetto riemerso dai fondali, ricoperto di vita marina.

Nonostante le incrostazioni, i contorni si delineano chiaramente: è una gamba di metallo!

Ma cosa ci fa in mare? A chi appartiene? Quanto è antica?

Forse furono questi i pensieri e le domande che l’equipaggio del Capitan Ciccio si pose sulla via del ritorno a casa.   

A Mazara del Vallo, in breve tempo, la storia di una gamba venuta dal mare si propagò rapidamente come l’eco delle campane a festa.

Suonò di certo inusuale che tra il pescato del giorno ci fosse una gamba in mezzo al mare…

La Soprintendente ai Beni Culturali ed Ambientali di Trapani fu informata dell’accaduto e subito prese visione del reperto. Era chiaro si trattasse della gamba sinistra di una statua in bronzo, verosimilmente greca.

Le possibilità che altri frammenti giacessero nello stesso punto erano alte e, quindi, le autorità competenti organizzarono una ricognizione dell’area del rinvenimento.

Così, a pochi mesi di distanza dal primo fortuito recupero, altri frammenti vennero alla luca. Infine, nel marzo del 1998 la statua del Satiro di Mazara fu finalmente recuperata.

Cosa rappresenta?

Il Satiro di Mazara si identifica con una figura semiferina del corteggio di Dioniso, un Satiro appunto. Si tratta, secondo la mitologia greca, di un semidio con sembianze umane ma identificabile dalle orecchie e dalla coda equine.

I satiri sono in genere associati alle menadi e insieme partecipano del furore sacro indotto dal culto orgiastico del dio dell’ebbrezza. 

Il Satiro di Mazara è rappresentato danzante, in preda all’ebbrezza del vino e all’estasi. È raffigurato in vorticoso movimento con il capo rivolto all’indietro.

È privo delle braccia e della gamba destra ma, nonostante la frammentarietà, esprime tutto il suo dinamismo e l’accuratezza del modellato.

In genere queste figure (così come originariamente era la nostra) sono raffigurate nell’atto di reggere in una mano un kantharos (coppa per il vino). Nell’altra, invece, sostengono il tirso (bastone sacro adorno di foglie e nastri talvolta con una pigna alla sommità).

Ipotesi sulla datazione

Numerose sono le ipotesi sulla datazione del Satiro di Mazara. Vediamone le principali.

Il Prof. Paolo Moreno, esperto di arte greca e romana, considera la statua un originale del famoso scultore greco Prassitele. Quindi, la datazione è collocabile tra il 360 ed il 330 a.C.

Secondo lo studioso Antonino De Vita, invece, la statua va postdatata al II sec. a.C. Inoltre, la presenza di fori sul piede sinistro ha permesso allo stesso di identificare il Satiro di Mazara come una tutela. Si tratterebbe, quindi, di una statua ancorata alla poppa di una nave, che proteggeva e dava il nome all’imbarcazione. Infatti sono note navi da guerra romane battezzate proprio Satyra.

Eugenio la Rocca, professore dell’Università “La Sapienza” di Roma è concorde nel ritenere la statua un’opera di matrice tardo ellenistica ma datata al I sec. a.C. Questa conclusione scaturisce dallo studio stilistico dell’opera. Infatti, la collocazione nello spazio a 360°, osservabile da più punti di vista, rientra nella concezione ellenistica della rappresentazione figurata.

Anche Claudio Parisi Presicce, della direzione dei Musei Archeologici e Polo Grande del Campidoglio di Roma, data il Satiro di Mazara al I sec. a.C. Propone, inoltre, che la statua sia pertinente ad un gruppo statuario. Questo, realizzato ad Atene, sarebbe stato destinata a residenze o giardini o a qualche santuario di Afrodite, Dioniso o Pan.

Come si realizza una statua in bronzo

La storia della scultura in bronzo inizia in Grecia tra il IX e l’VIII sec. a.C. Le prime opere, di piccole dimensioni, erano realizzate con la tecnica della fusione piena.

Questa prevede la realizzazione di un modello in cera dettagliato che veniva poi ricoperto da uno strato d’argilla. Al momento della cottura l’argilla si induriva e la cera si scioglieva fuoriuscendo da un foro (per questo motivo tale tecnica è detta anche “a cera persa”).

A questo punto si gettava bronzo fuso da un imbuto e la statua, una volta solidificata, veniva rifinita al cesello. Le opere realizzate in questo modo erano molto pesanti e costose quindi, le dimensioni erano ridotte.

L’evoluzione delle tecniche portò, nella prima metà del VI sec. a.C., all’introduzione della tecnica detta a fusione cava (secondo le fonti, introdotta a Samo).

Tale tecnica prevede la realizzazione di un modello dettagliato in terracotta, rivestito da un sottile strato di cera. Il tutto è poi ricoperto da una sorta di cumolo anch’esso di terra.

Al momento della cottura in una fornace, la cera si scioglie e contestualmente il modello di solidifica. Con la perdita della cera, resta una sottilissima intercapedine tra il modello e il cumulo.

Questa viene riempita con bronzo fuso. Una volta che la statua si è raffreddata viene rifinita al cesello.

Alcuni particolari come ciglia, capelli, barba possono essere aggiunti separatamente. Gli occhi sono invece realizzati in avorio e paste vitree per conferire maggiore realismo.

Il Satiro di Mazara è un esempio di questa tecnica che permette la realizzazione di sculture di dimensione pari al vero o superiori, e dai movimenti arditi.  

Altro celebre esempio della tecnica a fusione cava è rappresentato dai Bronzi di Riace.

Un reperto estremamente raro

Cosa determina la rarità del Satiro di Mazara?

Bisogna prima di tutto chiarire che quasi tutte le statue antiche oggi esposte nei principali musei del mondo sono in marmo. Le statue in bronzo sono rarissime.

Questa differenza numerica è dovuta sicuramente alla maggiore popolarità, nel mondo greco – romano, in particolare in età romana, del marmo rispetto al bronzo.

Infatti, le tecniche menzionate sopra e relative alla lavorazione del bronzo non si diffusero nel mondo romano. Quindi, le metodologie e i segreti della lavorazione del bronzo si persero attraverso le generazioni.

In età romana si diffuse la tendenza ad adornare ville e giardini privati con statue che rappresentavano famosi capolavori di artisti greci. Questa moda fu in voga soprattutto a partire dalla conquista romana della Grecia (II sec. a.C.).

Ciò permetteva all’élite romana di classificarsi quale “ellenizzata” e partecipe della cultura greca. I prototipi erano prevalentemente in bronzo mentre le repliche in marmo.

Quindi, la maggioranza delle statue in marmo di età romana oggi esposte nei musei del mondo non sono altro che “copie” di originali greci oppure loro varianti.

Per varianti si intende che il modello di partenza non era replicato in dettaglio ma, per scelta del committente, si apportavano delle modifiche radicali o essenziali.

Questo rendeva il modello di partenza meno o più marcatamente riconoscibile.  

Mi rendo conto che definire “copie” opere celeberrime potrebbe generare sorpresa e sgomento nel lettore ma, si, tecnicamente dobbiamo definirle “copie di età romana”.

A questo punto è necessario sdoganare il concetto di “copia” dall’accezione che gli viene data oggi e calarci nel contesto storico delle culture che l’hanno prodotta.

Per i romani, quella che noi definiamo “copia” era un’opera d’arte a tutti gli effetti, degna di ammirazione e pagata profumatamente.

Il mondo romano era costellato di botteghe specializzate nella riproduzione di opere greche. La più celebre, perché ne sono stati rinvenuti i resti, è la cosiddetta “bottega dei calchi di Baia” presso Napoli.

museo Satiro danzante
La scultura vista di spalle#mauriziofascitiello

Perché il Satiro di Mazara è sopravvissuto?

L’unica risposta possibile è: “per caso”!

Purtroppo è impossibile stabilire da dove provenga. Forse, faceva parte di un carico di opere trafugate in Grecia in età romana come bottino di guerra e poi gettata in mare prima di un naufragio.

Per comprendere a pieno la genesi e il significato di un’opera d’arte occorre innanzitutto tentare di ricostruire il contesto di provenienza. Necessaria è anche la comprensione del quadro di riferimento culturale al quale ogni opera appartiene.

In questo caso (così come in tanti altri) le informazioni relative al contesto di provenienza sono irrimediabilmente perdute.

Non sappiamo dove il manufatto era esposto e le relazioni che stabiliva con lo spazio circostante o, eventualmente, con il monumento in cui era collocato.

Quindi, all’unicità di questo ritrovamento si associa l’impossibilità di conoscere fino in fondo il contesto di esposizione. Questo ovviamente inficia le nostre conoscenze ma non svilisce il valore dell’opera e la meraviglia che essa suscita nell’animo di chi la osserva.

Personalmente, ho passato più di due ore ad ammirarla per scrutarne ogni dettaglio da angolazioni diverse. Ero ipnotizzato dal sinuoso movimento e dai dettagli del volto in estasi.

Un confronto ardito ma non troppo!

A questo punto voglio proporre un confronto a prima vista insolito che, in realtà, è frutto di un’evoluzione stilistica simile ma distante nel tempo.

Se paragoniamo lo sguardo del Satiro di Mazara all’Estasi di Santa Teresa (Chiesa di S. Maria della Vittoria a Roma) di Bernini resteremo per lo meno sorpresi.

L’espressione del Satiro presenta numerosi punti di contatto con quella che più di sedici secoli dopo, Bernini, diede a Santa Teresa.

Questo evidenzia come l’evoluzione delle tecniche scultoree abbia raggiunto due picchi insuperati nel corso della storia. Il primo nel mondo greco antico, l’altro nel ‘600.

*** Puoi approfondire le tematiche relative alla produzione scultorea  greco – romana in marmo consultando il nostro articolo sul Laocoonte dei Musei Vaticani.

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Pablo Picasso

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