5 CAPOLAVORI delle GALLERIE DELL’ACCADEMIA di VENEZIA Piccola guida alla scoperta della pittura veneta

…la scuola fiorentina è legata al disegno, che è il simbolo della ragione stessa, e invece la scuola veneta è legata al colore, che simboleggia l’impulso, la rottura dell’ordine, la sensualità, l’emozione.

Con questo articolo inauguro una nuova serie del blog: qui ti parlerò di musei, di opere d’arte di eccezionale bellezza e dei grandi maestri che hanno dato vita a queste meraviglie.

Selezionerò 5 opere… solo 5 opere per ciascun museo!

In questi articoli il punto di vista è necessariamente personale, quindi accanto ai gradi capolavori proverò a farti conoscere anche delle opere meno note, ma dall’impatto emozionale immenso.

Da dove iniziamo?

Avremo tempo e modo di parlare di Uffizi, Musei Vaticani, Galleria Borghese. Ma per essere fedele a quanto detto in premessa, voglio iniziare questa serie di articoli parlandoti dello scrigno della pittura veneta:

  • le Gallerie dell’Accademia a Venezia

dove potrai goderti i dipinti, le atmosfere, i colori dei grandi maestri della pittura veneta e della città lagunare.

Questo museo nasce di fatto nei primi anni dell’ottocento come conseguenza di eventi ahimè dolorosi: la Repubblica di Venezia è caduta già da qualche anno (1797) e i francesi in quel periodo decidono di fare piazza pulita di ordini religiosi, chiese e luoghi di culto.

Le opere che riescono a sfuggire alla furia distruttiva e mercenaria dei soldati d’oltralpe vengono raccolte presso l’Accademia, che sarà successivamente trasferita in maniera definitiva nella sede odierna.

La pinacoteca – che nasce con fini didattici accanto alle attività dell’Accademia – apre una prima volta al pubblico già nel lontano 1817; nel corso dei decenni le acquisizioni del museo si orientano soprattutto verso la pittura “locale”.

Per tale ragione, le Gallerie sono oggi un vero e proprio scrigno dove poter ammirare una notevole mole di capolavori dell’arte veneta, per un periodo compreso tra il ‘300 e il ‘700.

Insieme contempleremo:

  • mirabili prospettive rinascimentali,
  • una natura rigogliosa e ribelle raffigurata in uno dei quadri più enigmatici della storia,
  • un santo che sembra quasi un missile che piomba sulla folla,
  • un telero immenso, oggetto di “attenzioni particolari” da parte della famigerata Inquisizione,
  • e infine, se avrai un po’ di pazienza, l’ultima opera dipinta con straordinaria potenza da uno dei più grandi pittori della storia dell’arte di tutti i tempi.

Se sei pronto iniziamo la nostra passeggiata all’interno di questo museo meraviglioso.

1 di 5: la Pala di San Giobbe di Giovanni Bellini

Partiamo con il maestro assoluto della pittura veneta nel periodo rinascimentale: Giovanni Bellini, immerso nella pittura fin nel midollo già se si pensa alla sua famiglia. Sono pittori affermati sia il padre Jacopo che il fratello Gentile, mentre la sorella sposerà il grande Andrea Mantegna!

La Pala di San Giobbe è uno dei massimi capolavori di Bellini: siamo di fronte a una raffinata pala d’altare, dipinta per la chiesa veneziana di San Giobbe e trasferita nelle Gallerie dell’Accademia nei primi decenni dell’ottocento.

La grande tavola, realizzata tra il 1478 e il 1488, è il trionfo della prospettiva e dello spazio calmo e sereno del Rinascimento: forte è il rimando alla lezione dei grandi maestri della prospettiva pittorica del ‘400, dallo stesso Andrea Mantegna a Piero della Francesca e Antonello da Messina.

Il quadro rappresenta una Sacra Conversazione che si svolge all’interno dell’abside di una chiesa, con la Madonna in trono e il Bambino sulle ginocchia, attorniati da un folto gruppo di santi; da sinistra verso destra: san Francesco, san Giovanni Battista, san Giobbe, san Domenico, san Sebastiano e san Ludovico da Tolosa. Ai piedi della Madonna, un trittico di angeli intenti a suonare, mentre sul gradino del trono, in un cartiglio, è riportato il nome dell’artista.

Per capire fino in fondo l’impatto ottico di questa grande pala, dovresti immaginarla all’interno dell’ambiente per la quale fu pensata, l’edicola di una chiesa.

Quando era collocata lì, la finta profondità dello spazio prospettico dell’abside dorato – dipinta alle spalle della Madonna – “bucava” letteralmente la parete come se la pala fosse una vera e propria cappella ricavata nel muro della chiesa.

2 di 5: la Tempesta di Giorgione

Sei giunto ora al cospetto di uno dei massimi capolavori della pittura di tutti i tempi, e di un quadro ancora oggi decisamente enigmatico: la Tempesta di Giorgione.

Questo dipinto ha qualcosa di affascinante e irrisolto in sé: io che non sono né un critico né uno storico, ma un semplice amante dell’arte, voglio darti solo qualche possibile spiegazione tra le tante che si sono avvicendate nel tempo, ma poi lasciare a te la percezione di questo dipinto e le mille interpretazioni immaginabili.

La spiegazione più comune vede nel lampo che squarcia il cielo la rappresentazione della potenza di Dio, mentre per i soggetti in primo piano è stato fatto un parallelismo con Adamo ed Eva e la loro condanna dopo la cacciata dal Paradiso terrestre, condanna che poi ricadrà su tutto il genere umano.

Sulla sinistra, l’uomo è appoggiato al bastone che rappresenta il lavoro e la fatica, mentre la donna – a destra – è intenta ad allattare un bambino dopo aver «partorito con dolore».

Le colonne spezzate, dipinte dietro l’uomo, rappresenterebbero la morte che incombe sulla natura umana dei due progenitori e, di conseguenza, su tutti i loro discendenti.

Sin dall’inizio il soggetto del quadro è apparso piuttosto enigmatico e il titolo del dipinto deriva da un episodio sicuramente singolare: intorno al 1525, Marcantonio Michiel, descrivendo la tela presente in casa di Gabriele Vendramin, ne parla come: “el paeseto in tela cun la tempesta cun la cingana et soldato”.

In maniera molto meno poetica delle cervellotiche interpretazioni posteriori, Michiel descrive i personaggi in primo piano come un soldato e una zingara (la «cingana»), mentre la tempesta nel cielo viene assunta ad elemento principe del dipinto, tanto da dare il titolo al quadro stesso.

Provando a confrontare l’opera con le tele precedenti, è certo che in questo quadro scompare lo spazio calmo e sereno prospetticamente costruito, a favore di una natura florida e meravigliosa, ottenuta con il sapiente accostamento di toni e colori: l’opera eccelsa è senza dubbio uno dei massimi esempi del cosiddetto tonalismo veneto.

3 di 5: San Marco libera uno schiavo del Tintoretto

Con questa composizione, quando ancora non ha compiuto 30 anni, irrompe sulla scena pittorica veneziana Jacopo Robusti detto il Tintoretto – rivoluzionario nei modi pittorici e autore di opere di grandissimo impatto emotivo e scenografico.

La tela – insieme ad altre esposte sempre qui alle Gallerie – proviene dalla Scuola Grande di San Marco e ruota proprio intorno alla figura del santo protettore della città lagunare.

L’episodio viene narrato nella Legenda aurea di Jacopo da Varagine: lo schiavo di un cavaliere della Provenza viene perseguitato dal proprio signore perché scoperto a pregare sulle reliquie di San Marco.

Il cavaliere non ha nessuna pietà del povero schiavo, e con immane crudeltà lo condanna all’accecamento e a una tortura feroce, che prescrive di spezzare le gambe all’uomo.

A questo punto, tra la folla assiepata sotto un porticato dal sapore tipicamente veneziano, piomba San Marco a liberare lo schiavo disteso a terra, quasi come un missile che buca la tela dall’alto!

La figura di San Marco è qualcosa di totalmente innovativo.

La prospettiva scorciata del santo, la doppia illuminazione che rischiara la tela, gli effetti combinati di drammaticità e scenografia consegnano questo quadro e il suo autore alla fama eterna, ma anche alle immancabili polemiche che solitamente opere dalla portata fortemente innovativa, come quella che qui puoi osservare, suscitano.

4 di 5: il Convito in casa di Levi di Paolo Veronese

Passiamo ora ad un telero di dimensioni enormi: alto 5,60 metri e lungo più di 13 metri.

Il quadro ha una storia piuttosto singolare, e per le vicissitudini che adesso ti racconterò, il pittore fu costretto a cambiare il nome del dipinto.

La tela nasce come la rappresentazione di un’Ultima Cena, che si sta svolgendo all’interno di un grande portico – memore delle architetture di Palladio – che divide la scena in tre parti uguali.

Nell’esecuzione del dipinto, forse il nostro Paolo Veronese si fece prendere un po’ troppo la mano, perché adornò la scena con una serie di figure decisamente estranee all’episodio evangelico, come cani, nani, giullari di corte e soldati intenti ad avvinazzarsi.

Considerando che la tela avrebbe dovuto adornare il refettorio del convento dei Santi Giovanni e Paolo e rappresentava una scena sacra, gli strani personaggi raffigurati in questa Ultima Cena non sfuggirono all’occhio vigile dell’Inquisizione, che mise ufficialmente sotto accusa il Veronese.

Il pittore si difese strenuamente, facendo leva sulla sua licenza d’artista, ma alla fine fu costretto a tornare mestamente sui suoi passi per salvarsi da conseguenze ben peggiori.

In realtà, il quadro fu preservato per intero, ma il pittore dovette cambiargli nome: così l’Ultima Cena divenne il meno impegnativo Convito in Casa di Levi.

5 di 5: la Pietà di Tiziano

Questo percorso nell’arte veneta non può che concludersi con Tiziano: forse il più grande tra tutti questi immensi pittori.

Nelle chiese di Venezia puoi ammirare tantissimi quadri dell’artista, ma nelle Gallerie dell’Accademia è presente un vero e proprio pezzo leggendario della sua sconfinata produzione.

Sto parlando de la Pietà.

Un quadro dal sapore unico perché è l’ultimo dipinto da Tiziano, dove le capacità pittoriche del maestro e il dolore dell’uomo convergono nella genesi di un vero e proprio capolavoro.

Ai piedi di una cappella con abside – che richiama alla mente le composizioni di Bellini – si svolge la toccante scena della Pietà, con la Madonna che regge sulle sue ginocchia il figlio morto.

Tiziano ritrae sé stesso nell’anziano uomo inginocchiato davanti alla Vergine che indossa la tunica rossa.

Il dipinto è un vero e proprio “ex voto”: il vecchio sta implorando Maria di salvare sé stesso e il figlio dalla tremenda pestilenza che aveva colpito Venezia in quegli anni.

E questo aspetto viene ripetuto nella tavoletta votiva rappresentata nella parte in basso a destra del quadro: qui Tiziano e l’amato figlio Orazio sono inginocchiati al cospetto della Vergine in pietà, intenti a pregare la Madonna affinché li preservi dalla peste.

Ma tutto ciò non basterà!

Quello stesso anno, il 1576, per un destino beffardo la peste si porterà via prima il figlio Orazio e poi lo stesso Tiziano!

Anche la pennellata trasmette questo senso di dolore: in una atmosfera piuttosto cupa, il tratto è molto marcato, ritoccato addirittura con le dita.

“Tiziano è proprio il teorico, anzi il rappresentante emblematico di una pittura che vuole essere l’impulso della vita che rompe ogni argine, che spezza ogni norma, che infrange ogni regola, che interrompe ogni disegno; e il colore di Tiziano scavalca appunto il disegno, lo frange, spezza in ogni confine” 

(Vittorio Sgarbi).

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Pablo Picasso

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