5 CAPOLAVORI nel PALAZZO BARBERINI a ROMA La Galleria Nazionale d'Arte Antica e il trionfo della famiglia Barberini

Se qualcuno ha inventato la Roma che ci affascina, questi sono Bernini e Borromini. È stata la loro passione, il loro modo di vedere a consegnarci la Roma esuberante di chiese di travertino e le ampie piazze di granito. La Roma dalle cupole imponenti che si protendono verso Dio e gli ampi palazzi che esaltano la forza dell’uomo. La Roma che ricordiamo e quella che sogniamo.

In questo articolo andremo a passeggio tra le meraviglie di una collezione portentosa conservata nel cuore di Roma:

  • la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini

un museo che è un vero e proprio scrigno della pittura e dell’arte italiana nel periodo compreso tra il XIII secolo e il Neoclassicismo.

Insieme ammireremo:

  • la donna amata alla follia da uno dei più grandi pittori del Rinascimento italiano,
  • un quadro enigmatico di un artista oggi quasi sconosciuto,
  • uno dei grandi capolavori del pittore maledetto per eccellenza,
  • un dipinto “arcadico”… ma non troppo.

Oltre alle opere canoniche, chiuderemo in bellezza con un capolavoro assoluto della pittura barocca, che da sempre fa parte di questo splendido edificio romano:

  • un affresco immenso da ammirare a testa in su.

Ma prima di scoprire le opere che ho selezionato per te, facciamo un passo indietro nel tempo e fermiamoci nella Roma del ‘600. Nel periodo in cui vivevano e lavorano i due grandi artisti che hanno lasciato un marchio indelebile sull’evoluzione dello stile del Barocco e la cui rivalità, reale o fantomatica, è passata alla storia segnando un’intera stagione artistica.

Una Roma barocca per due

Siamo a poche centinaia di metri da San Pietro.

La basilica – iniziata da Donato Bramante su incarico di Giulio II – si staglia imponente con la sua grandiosa facciata progettata dall’architetto Carlo Maderno: all’esterno ha già le forme che possiamo vedere noi oggi. La piazza, invece, ancora non c’è: il celebre colonnato sarebbe sorto solo qualche decennio dopo.

È una notte buia e desolata. Le stelle si nascondono dietro nubi cariche di pioggia.

Due uomini, a pochi passi dal luogo più sacro della Cristianità, discutono in maniera accanita. I toni sono forti, gli sguardi ostili: si tratta di una resa dei conti.

Uno dei due, vestito completamente di nero quasi a confondersi con il buio di questa insolita notte romana, accusa l’altro di imbrogli e sotterfugi perpetrati in maniera meschina ai suoi danni.

L’altro, elegantissimo come sempre e con i baffi curatissimi, si difende dalle accuse sdegnato da tanto clamore.

Ci piace immaginarla così la rottura definitiva di un sodalizio artistico che non decollò mai e che diede vita alla rivalità più accesa dell’intera storia dell’arte.

Una rivalità, quella tra Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, che ha permesso la creazione di una delle stagioni artistiche più fervide di sempre: quella della Roma barocca.

maderno bernini borromini
Carlo Maderno, Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini#googleimages

La fine di un idillio mai decollato

I fatti che portarono i due artisti a interrompere qualsiasi collaborazione sono questi.

Alla morte di Carlo Maderno nel 1629, il papa regnante Urbano VIII Barberini affida il compito tanto ambito di architetto capo della fabbrica di San Pietro al Bernini.

Francesco Borromini, assistente preferito di Maderno, accoglie con risentimento tale nomina. Bernini, benché scultore precoce e provetto, è a digiuno di architettura, e un incarico così delicato poteva spettare solo a un architetto capace, profondo conoscitore di tutti i segreti costruttivi della basilica: insomma, Borromini avrebbe affidato il compito a Borromini.

Ma così non fu e Bernini, con la benedizione di Urbano VIII che lo prediligeva e lo difese anche in occasioni spiacevoli, prende possesso del suo nuovo ruolo, che portò avanti fino alla fine dei suoi giorni.

In maniera ancora più inspiegabile, conoscendo il carattere umbratile e saturnino del Borromini, l’architetto di origini ticinesi decide di collaborare con lo scultore nato a Napoli e di diventare suo assistente. Così Borromini affiancherà Bernini sia nei lavori della basilica che nella costruzione del palazzo della famiglia papale, che oggi ospita parte della Galleria Nazionale di Arte Antica (l’altro pezzo si trova nel Palazzo Corsini).

Nel Palazzo Barberini, i due architetti saranno gli autori degli splendidi scaloni che portano all’immenso salone d’onore – il cui soffitto ospita il capolavoro che ti svelerò alla fine di questo articolo.

Nell’ala settentrionale – la parte sinistra, guardando la facciata principale – si sale ai piani superiori tramite il monumentale scalone quadrato del Bernini.

Mentre lo stesso percorso, ma nell’ala meridionale – a destra rispetto alla facciata principale – è possibile farlo tramite l’avvolgente scalone elicoidale del Borromini.

Dopo quasi tre anni di convivenza forzata, però, Borromini decide di gettare la spugna. Scopre che Agostino Radi – suo socio in affari, ma anche cognato di Bernini – ha stretto un accordo segreto, a sua insaputa, con lo stesso Bernini.

Borromini e Radi avevano messo su una società con lo scopo di fornire al Bernini il marmo e la pietra necessari per le lavorazioni da effettuarsi all’interno di San Pietro, ma la società, malgrado l’enorme mole di commissioni, non guadagnava in maniera soddisfacente.

E infatti Borromini scopre che qualcosa non va: “Radi pagava a Bernini una quota dei profitti della società in cambio dell’onore di fornire il marmo all’architetto. Era per il diciassettesimo secolo la versione della bustarella” (Jake Morrissey).

È a questo punto che Borromini decide di abbandonare, polemico, sia la fabbrica di San Pietro che Palazzo Barberini.

Ma ora lasciamo i due grandi artisti barocchi e mentre poggiamo i piedi sui gradini dei loro splendidi scaloni, tuffiamoci nei capolavori del museo romano, verso l’immenso affresco finale.

1 di 5: la Fornarina di Raffaello

Il nostro percorso nella Galleria Nazionale d’Arte Antica inizia con uno dei più grandi artisti del Rinascimento italiano: Raffaello Sanzio.

Su Raffaello è stato scritto di tutto, pittore celeberrimo e consacrato al mito anche per la morte avvenuta in giovane età.

Ha dipinto per papi e principi, è stato autore di Madonne bellissime e affreschi sontuosi. Ma come tutti i grandi artisti, Raffaello era anche uomo fatto di dissidi e passioni.

E il quadro esposto qui, a Palazzo Barberini, è senza dubbio l’esaltazione della sua maggiore passione:

  • la Fornarina

al secolo Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere – da cui il nome del quadro dipinto tra il 1518 ed il 1519 – e donna amata alla follia dal nostro artista.

Tradizione vuole che questo quadro non fu commissionato all’artista da nessun mecenate, ma dipinto da Raffaello esclusivamente per sé, per far rivivere in eterno sulla tela le sembianze del suo amore terreno.

E infatti indovina dove fu ritrovato il quadro alla morte del pittore?

Proprio lì dove era stato dipinto, nel suo studio.

In realtà, non tutta la critica concorda nel pensare che la donna raffigurata sia l’amante del pittore urbinate, e alcuni credono si tratti semplicemente di una modella.

Ma certamente l’idea che questa figura femminile sia il ricordo imperituro dell’amante di uno dei più grandi pittori di tutti i tempi ha il suo indubbio fascino su di noi.

La donna è raffigurata nelle mitologiche sembianze di Venere, la dea dell’amore. Lo sguardo languido, la Fornarina tiene una mano sotto il ventre e l’altra sul seno, che però è lasciato scoperto e alla vista di tutti.

Una nudità così esposta, eppure così protetta, se guardi attentamente.

Il tocco d’autore sta nel bracciale che la donna sfoggia sul braccio sinistro: su di esso è impressa la firma del pittore “Raphael Urbinas”.

Raffaello sembra dirci che questa donna apparterrà a lui per l’eternità, e noi possiamo solo limitarci a guardarla con circospezione.

2 di 5: le Parche di Marco Bigio

Dopo Raffaello, il nostro percorso nella Galleria continua con una tela molto meno nota, di qualche decennio successivo, di un autore – tale Marco Bigio – oggi quasi sconosciuto. Sto parlando del quadro intitolato:

  • le Tre Parche.

Perché ti parlo di questa opera?

"Le Tre Parche" di Marco Bigio#googleimages

Perché è una potentissima allegoria della caducità della vita, della morte e del tempo, che scorre lento ma spietato.

In primo piano ci sono le tre Parche – assimilabili alle Moire della mitologia greca – intente a filare la vita degli esseri umani:

  • sulla destra c’è Cloto, che dipana il filo della vita,
  • a sinistra Lachesi, che tesse il filo tra le sue mani,
  • al centro la più anziana delle tre, Atropo, che con un gesto deciso recide il filo sancendo la fine della vita umana.

Dietro le tre Parche compaiono altre figure, potenti immagini della vita e della morte: sulla sinistra il fiume Lete – il fiume dell’oblio, in mezzo un inequivocabile scheletro con tanto di falce, e verso destra un uomo anziano che regge in mano una clessidra, a testimoniare l’inesorabile scorrere del tempo.

Forse nella Galleria ci sono quadri più belli di questo, ma se l’arte ha la missione di evocare e non di abbellire, allora la potenza del messaggio allegorico della tela di Marco Bigio rimane insuperato ancora oggi.

3 di 5: Giuditta e Oloferne di Caravaggio

Proseguiamo con uno dei massimi capolavori presenti in questo museo:

  • Giuditta e Oloferne

una tela “sanguinaria” di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, il pittore maledetto per eccellenza dell’intera storia dell’arte.

"Giuditta e Oloferne" di Caravaggio#googleimages

La scena è nota: la giovane vedova ebrea Giuditta si introduce insieme ad una ancella nella tenda del re assiro Oloferne. Sembra voler tradire il suo popolo, ma in realtà fa ubriacare il capo degli invasori e lo decapita, in modo da poter consegnare alla sua gente la testa del generale che li sta opprimendo.

Nel quadro del Caravaggio, dipinto nel 1599, il realismo si fa barocco: il drappo rosso sullo sfondo si apre sulla scena proprio nel momento in cui la giovane Giuditta sta decapitando, con una scimitarra, il re assiro.

Da una parte gli occhi atterriti, il grido del generale assiro, il fiotto di sangue che fuoriesce dal collo quasi del tutto mozzato del condottiero. E dall’altra parte la mano ferma e lo sguardo freddo di Giuditta, affiancata da un’ancella, vecchia dal viso arcigno e deturpato che regge in mano il sacco che a breve servirà ad occultare la testa di Oloferne, per trasportarla fuori dall’accampamento assiro e mostrarla al popolo ebraico, in segno di vittoria.

Molti prima di allora si erano cimentati nella rappresentazione dell’episodio biblico, ma nessuno fu tanto realistico e al tempo stesso tanto spettacolare come Caravaggio.

4 di 5: Pastori in Arcadia del Guercino

Un paesaggio sereno e immacolato fa da sfondo a questo quadro, dipinto pochi anni prima del 1620. Sulla sinistra appaiono due pastori, che ci sembra di aver già visto da qualche altra parte.

Gli stessi due soggetti sono presenti in un altro dipinto del Guercino, nella medesima posizione: l’Apollo e Marsia della Galleria Palatina di Firenze.

Qui i due osservano un teschio, poggiato su un muretto e divorato da topi, vermi e mosconi.

pastori in arcadia del guercino
"Pastori in Arcadia" del Guercino#flickr

Il teschio stride in maniera quasi grottesca con l’ambiente arcadico sullo sfondo, ma il messaggio che il pittore vuole lanciarci è fin troppo chiaro.

Il dipinto del Guercino intitolato:

  • Pastori in Arcadia

è una allegoria nemmeno troppo velata del memento mori.

La morte è presente ovunque, anche in un ambiente così bello e intatto, come è sottolineato dalla scritta “et in Arcadia ego”, che appare impressa sotto l’effige del terribile teschio.

5 di 5: il Trionfo della Divina Provvidenza di Pietro da Cortona

L’ultimo capolavoro che si ammira nel percorso del museo non è un quadro, ma un affresco immenso – eseguito negli anni ’30 del ‘600 – che occupa l’intera volta del salone d’onore a doppia altezza di Palazzo Barberini, e opera eccelsa di Pietro da Cortona:

  • il Trionfo della Divina Provvidenza durante il pontificato di Urbano VIII

È il trionfo del potere religioso e temporale dei Barberini e del loro esponente di spicco, il papa Urbano VIII.

Pietro da Cortona, tramite un finto cornicione, suddivide lo spazio della volta in cinque settori, dove brulicano maestose le raffigurazioni di un centinaio di personaggi: il senso del sublime, dello stupore, del caos vorticoso, del turbinio degli elementi atmosferici è particolarmente forte nella scena centrale, aperta direttamente sul cielo.

Qui il fulcro della composizione è rappresentato dalla personificazione della Divina Provvidenza e dalle gigantesche api dorate, simbolo della famiglia Barberini, che volano in squadriglia come potenti bombardieri e che rappresentano l’apice del programma iconografico ideato per questo spazio, tutto teso ad esaltare le virtù del papa e della sua famiglia.

Pietro da Cortona riassume in un’opera eccelsa la lezione di tutti i suoi predecessori sull’illusionismo prospettico, da Annibale Carracci al Guercino e a Giovanni Lanfranco.

Ma a detta di alcuni studiosi, Pietro da Cortona qui fa qualcosa in più di tutti questi sommi artisti:

“…quel che ricava da questa immersione, dottissima, nella storia dell’arte italiana è qualcosa di completamente nuovo: ossia il Barocco” 

(Tomaso Montanari).

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