Raffaello Sanzio: il pittore divino La Scuola di Atene: storia di un capolavoro

(…) Raffaello non esitò a lasciare incompiuti i suoi lavori fiorentini pur di correre nella città eterna (…) Raffaello aveva avuto l’intelligenza di capire dove correva il vento, dove bisognava essere per diventare, così come gli dettava l’ambizione fin da quando era ragazzo, il primo pittore d’Italia.

Siamo nel pieno delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte dell’immenso pittore del Rinascimento.

  • Il 2020 è l’anno di Raffaello Sanzio: il pittore divino.

E per omaggiare al meglio l’anno di Raffaello Sanzio: il pittore divino, dobbiamo penetrare all’interno dei Musei Vaticani. Qui le Stanze Vaticane, affrescate dal 1508 in poi, conservano ancora tutta la bellezza e la potenza della pittura di Raffaello.

Nel corso dell’articolo, ci focalizzeremo su un’opera in particolare. Forse una delle più celebri in assoluto nell’alveo dell’esplosiva parabola artistica dell’urbinate.

Ma prima di conoscere questa opera e le celebrazioni in corso per l’anno di Raffaello Sanzio: il pittore divino – facciamo un passo indietro nel tempo.

Concentrandoci proprio in quel momento fatidico in cui un uomo, in preda alla massima collera, prese una decisione fondamentale per la storia dell’arte.

Una decisione forse un tantino avventata ma sicuramente proficua per tutti noi. Una decisione che rese il 1509 un anno fondamentale per la definitiva ascesa dell’artista.

raffaello sanzio il pittore divino autoritratto
"Autoritratto di Raffaello"#googleimages

RAFFAELLO SANZIO: IL PITTORE DIVINO​

Palazzo Apostolico in Vaticano, primavera del 1509.

A volte una singola decisione può cambiare il corso delle cose. A volte una decisione presa da un solo uomo, anche in preda a sentimenti negativi, può abbattersi come uno tsunami sulla storia e sugli uomini.

Ma altre volte però quella stessa decisione, avventata e pazzoide, può rivalersi fatidica e profetica per le conseguenze positive che potrà generare.

Fatto sta che quando Giulio II – il papa guerriero – vede per la prima volta la “Disputa del Sacramento” il corso della storia è destinato a cambiare.

Di fronte a questa meraviglia, i sentimenti del pontefice cambiano in maniera repentina in pochi secondi. E in un attimo la gioia profonda nell’ammirare qualcosa di così bello si tramuterà in ira funesta.

Ma la collera di Giulio II non è diretta alle aggraziate figure di Raffaello Sanzio: il pittore divino, che gli avevano colmato il cuore di tanta bellezza.

L’ira di Giulio II è destinata a colpire obiettivi precisi. E quegli obiettivi hanno nomi e cognomi altisonanti: si chiamano Lorenzo Lotto, Luca Signorelli, Bramantino, il Sodoma.

Nomi che appaiono in primo piano in qualsiasi manuale di storia dell’arte.

Ma perché il papa ce l’aveva a morte con questi grandissimi pittori e cosa c’entra Raffaello con loro?

La Disputa del Sacramento
"La Disputa del Sacramento"#googleimages

L’ira funesta del papa guerriero

Il 1509 fu l’anno di Raffaello Sanzio: il pittore divino, l’anno della sua definitiva consacrazione come principe degli artisti.

Dopo aver visto la “Disputa del Sacramento”, tutte le altre pitture di colpo apparvero povere e anacronistiche. In un attimo, gli altri pittori furono messi in ombra dalla freschezza e dalle novità introdotte dall’urbinate nella “Disputa”.

E Giulio II, forte di questa verità, prese una decisione rapida e terribile – come sempre avrebbe fatto nei suoi anni di pontificato.

In preda all’ira, decretò che tutte le pitture fin qui realizzate sarebbero state distrutte. Tutti i pittori fin qui coinvolti sarebbero stati licenziati.

Tutto il programma degli affreschi delle Stanze Vaticane sarebbe stato affidato solo ed esclusivamente a Raffaello Sanzio: il pittore divino.

Nel 1509, poco più che venticinquenne, il pittore di Urbino entra di diritto nel dream team che Giulio II andava formando in campo artistico.

Quando nel 1503 viene eletto al soglio pontificio, Giulio II intende rinnovare Roma e riportarla al posto che le spetta nella storia.

Il pontefice avvia lavori urbanistici consistenti. Inizia una delle maggiori imprese architettoniche di sempre come la costruzione della nuova basilica di San Pietro. Ed elargisce commissioni artistiche di livello eccelso da cui nasceranno capolavori assoluti come gli affreschi della volta della Cappella Sistina.

Per portare avanti questo programma rivoluzionario, Giulio II chiama a sé i tre più grandi artisti dell’epoca: Donato Bramante, Michelangelo Buonarroti ed il nostro Raffello Sanzio: il pittore divino.

Questo è il suo dream team, una squadra di fenomeni destinata a far esplodere il Rinascimento a Roma.

papa Giulio II ritratto da Raffaello
"Ritratto di Giulio II"#googleimages

La bottega di Raffaello

Il 1509 si chiude con il trionfo e l’affermazione definitiva del pittore marchigiano.

Ma Raffaello Sanzio: il pittore divino sapeva coniugare in maniera mirabile sensibilità umana e scaltrezza imprenditoriale. E sapeva che il gesto avventato del papa poteva mettergli contro quella schiera di artisti di primissimo livello, cacciati via in maniera così brutale.

Cosciente del fatto che, malgrado il clamore suscitato dalla “Disputa”, era pur sempre molto giovane e poco avvezzo alla pittura ad affresco su larga scala.

Per questo motivo non esitò a conservare alcuni spezzoni di buona fattura dipinti dal Sodoma nella volta. Oppure a coinvolgere attivamente, nella bottega che andava creando, un pittore di grande maestria come Lorenzo Lotto.

Raffaello aveva bisogno di giovani leve per affrontare l’ambizioso programma iconografico voluto da Giulio II. E aveva bisogno anche di pittori esperti e veterani per far sì che quei giovani che aveva selezionato imparassero rapidamente i trucchi del mestiere.

Nell’anno di Raffaello Sanzio: il pittore divino, a 500 anni dalla sua morte, celebriamo non soltanto la sua pittura sublime ma anche la sua capacità organizzativa. Sapeva di dover affrontare una sfida difficilissima e lo fece riorganizzando scrupolosamente la tipica bottega quattrocentesca in un moderno e avanzato atelier artistico.

Da questa intuizione nacquero i pregevoli affreschi delle Stanze e una schiera di discepoli che nel giro di pochi anni diventeranno artisti di fama assoluta. Basta fare soltanto un nome: Giulio Romano, autore del celebre Palazzo Te a Mantova.

Le Stanze di Raffaello

Giulio II decise di far allestire al Bramante un nuovo appartamento all’interno del Vaticano.

In questo modo il papa non avrebbe più dovuto mettere piede nel precedente appartamento. Le cui stanze erano state affrescate dal Pinturicchio ma abitate dal famigerato Alessandro VI – il papa Borgia, suo acerrimo nemico.

Il programma iconografico voluto da Giulio II doveva celebrare la Chiesa e la teologia cristiana e allo stesso tempo la filosofia classica. E questo duplice registro – senza troppe contraddizioni si intende – rivive nella prima stanza affrescata da Raffaello, adibita originariamente a biblioteca e studio privato del papa.

La Stanza della Segnatura, affrescata tra il 1508 e il 1511, vede da un lato la ormai nota “Disputa del Sacramento” – emblema della rivelazione cristiana.

E dall’altro il celebre affresco della “Scuola di Atene” – summa della sapienza antica e di riflesso degli ideali umanistici del tempo.

Dopo la Stanza della Segnatura, il pittore mise mano alla Stanza di Eliodoro. Più tardi, con papa Leone X, Raffaello eseguì la Stanza dell’Incendio di Borgo.

L’ultima fatica, la Sala di Costantino fu affrescata interamente dagli allievi di Raffaello Sanzio: il pittore divino – morto nel 1520 a soli 37 anni.

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La Scuola di Atene: un omaggio ai filosofi antichi

Su uno dei lati della Stanza della Segnatura, spazio adibito poi a tribunale della Santa Sede, ammiriamo una delle opere più celebri di Raffaello Sanzio: il pittore divino,

  • la Scuola di Atene.
Scuola di atene
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All’interno di una colossale architettura rinascimentale, antichi filosofi sono colti a discorrere amabilmente tra loro oppure a insegnare le discipline ai propri studenti.

La spaziosa architettura in cui è ambientato l’affresco è un riferimento all’architettura romana e al mondo classico, come testimoniano le statue di Apollo e Minerva poste sui lati.

La scena, magistralmente impaginata a livello prospettico, ha il suo punto focale nelle due figure centrali: Platone e Aristotele.

Platone, che ha in mano uno dei suoi libri il Timeo, punta il dito verso l’alto verso il mondo delle idee. Mentre Aristotele, che regge l’Etica, ha la mano protesa in avanti e rivolta verso terra.

Si riconoscono altri filosofi famosi come Socrate, a sinistra di Platone, con addosso una tunica di color verde. Oppure Epicuro, ancora più a sinistra, con la fronte cinta di pampini.

Al centro, seduto al termine delle scale, vi è Eraclito – raffigurato da solo e appoggiato pensoso ad un grande blocco.

Più a destra, Euclide ritratto inclinato in avanti mentre traccia con un compasso una figura geometrica su una lavagnetta poggiata a terra.

Dall’altro lato rispetto ad Euclide, vi è Pitagora effigiato mentre scrive sul libro che regge tra le mani.

Alla destra di Pitagora, è raffigurata l’unica donna dell’affresco: la matematica e filosofa neoplatonica Ipazia di Alessandria.

La Scuola di Atene: un omaggio agli artisti del Rinascimento

Ma la celeberrima “Scuola di Atene” di Raffaello ha un doppio registro di lettura. Infatti, celebrando la sapienza e l’arte classica, Raffaello allo stesso tempo voleva rendere omaggio alla cultura e all’arte del Rinascimento.

E per fare questo adotta l’espediente di dare ai filosofi le fattezze di alcuni celebri artisti del Rinascimento, suoi contemporanei.

Ed ecco che Platone, con la sua lunga barba bianca, ha il volto di Leonardo da Vinci.

Mentre Euclide è impersonato da Donato Bramante, il grande architetto che in quegli anni stava ripensando in forme rinascimentali la nuova basilica di San Pietro.

Ma forse l’omaggio più toccante è quello per Michelangelo, acerrimo rivale di Raffaello Sanzio: il pittore divino. La solitaria ma centrale figura di Eraclito – il filosofo appoggiato al grande blocco – ha proprio le sembianze del Buonarroti.

Non dimentichiamo che l’artista toscano, in quel momento era alle prese con l’ardua opera di affrescare la volta della Cappella Sistina.

Un omaggio reso ancora più mitico dal fatto che Eraclito/Michelangelo non compare nel cartone preparatorio dell’affresco – conservato alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Vuol dire che la figura di Michelangelo fu eseguita ad opera compiuta. Forse dopo che Raffaello ebbe modo di spiare estasiato le pitture maestose e terribili dipinte dal collega/rivale nella volta della Cappella Sistina.

"La Scuola di Atene" (particolare con Michelangelo)#googleimages

Naturalmente, Raffaello Sanzio: il pittore divino non poteva mancare ancora una volta l’occasione con la storia. E in questo affresco compare anche lui, autoritrattosi all’estrema destra nel giovane con in testa il cappello nero.

Una figura discreta ma percepibile in tutto il suo estro. Uno dei pochi personaggi a guardare fuori dall’opera, dritto negli occhi di chi osserva l’affresco. Rimanendo in questo modo impresso nell’eternità nel cuore e negli occhi di tutti noi che a 500 anni di distanza lo celebriamo ancora una volta nell’anno di Raffaello Sanzio: il pittore divino.

"La Scuola di Atene" (particolare con l'autoritratto di Raffaello)#googleimages

“L’arte spazza la nostra anima dalla polvere della quotidianità.”
Pablo Picasso

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